L’empatia è la capacità di capire che cosa prova o pensa un’altra persona e di lasciare che questo cambi il modo in cui ti rivolgi a lei. Non è un talento fisso: gli studi indicano che si può allenare con programmi mirati. Non coincide con la gentilezza, né con il sentire tutto ciò che sente l’altro.

La parola è dappertutto: negli annunci di lavoro, nei libri sulla leadership, nelle liti di coppia («non hai nessuna empatia!»). Se però chiedi a dieci persone che cosa significhi, ottieni dieci risposte. Non è colpa loro. Una rassegna di Cuff e colleghi (2016, Emotion Review) ha raccolto 43 definizioni diverse e le ha ridotte a otto temi ricorrenti: tra gli altri, se l’empatia sia cognitiva o affettiva, un tratto o uno stato, automatica o controllata.

Che differenza c’è tra empatia, simpatia e compassione?

Tre parole vicine, tre cose diverse. L’empatia cognitiva è capire che cosa vive l’altro; l’empatia affettiva è risuonare, sentire qualcosa di ciò che sente lui; la compassione è la preoccupazione per l’altro unita al desiderio di aiutarlo.

Mark Davis (1983, Journal of Personality and Social Psychology) distinse quattro componenti: assumere il punto di vista dell’altro, immedesimarsi nelle storie, preoccuparsi per chi soffre e provare disagio personale davanti alla sofferenza. L’ultima è la più istruttiva. Nel suo studio su 1.344 studenti, il disagio personale, cioè il sentirsi sopraffatti, era legato a bassa autostima e a un funzionamento interpersonale più difficile. Sentire molto non vuol dire aiutare bene.

La simpatia, nel Metodo O.M.S.C.I. di Leonardo Villella, guarda l’altro dall’alto della buca («mi dispiace per te»); l’empatia scende nella buca accanto a lui. Il segnale è una parola sola: la simpatia comincia spesso con «almeno» («almeno hai un lavoro»), l’empatia non la dice mai.

Un esperimento di laboratorio ne mostra la differenza. Klimecki e colleghi (2014, Social Cognitive and Affective Neuroscience) hanno addestrato un gruppo prima alla risonanza empatica e poi alla compassione: l’addestramento empatico aumentava gli stati emotivi negativi davanti a video di sofferenza, quello alla compassione li riduceva e faceva crescere quelli positivi. Lo studio è piccolo, ma suggerisce che la compassione sia un modo per restare vicini senza esaurirsi.

L’empatia si può allenare? Cosa dicono gli studi

Sì, con cautele. Teding van Berkhout e Malouff (2016, Journal of Counseling Psychology) hanno raccolto 18 studi randomizzati sull’addestramento all’empatia, con 1.018 partecipanti. L’effetto medio era di g = 0,63, sceso a 0,51 dopo la correzione per l’errore di pubblicazione: un effetto medio, non spettacolare. Gli effetti erano maggiori nei professionisti sanitari e negli studenti e quando l’empatia veniva misurata con prove oggettive invece che con l’autovalutazione.

Il limite lo dichiarano gli stessi autori: il controllo più lungo era a sei mesi. Non sappiamo quanto duri l’effetto più avanti.

C’è poi un’altra pista, meno intuitiva. Jamil Zaki (2014, Psychological Bulletin) sostiene che l’empatia sia una questione di motivazione: la evitiamo quando ci costa (sofferenza, costi materiali, competizione) e ci avviciniamo quando ci dà qualcosa (emozioni positive, legami, approvazione sociale). Capire se «non ho empatia» sia un’incapacità o una scelta cambia l’intervento.

E l’efficacia? Elliott e colleghi (2018, Psychotherapy) hanno analizzato 82 campioni e 6.138 pazienti: l’empatia del terapeuta era associata agli esiti con r = 0,28, un legame moderato. È un dato sulla terapia, non sulla vita di tutti i giorni, ma indica che essere compresi ha un peso.

Come si allena l’empatia nella pratica?

La parte più utile viene da un risultato sorprendente. Eyal, Steffel ed Epley (2018, Journal of Personality and Social Psychology), in 25 esperimenti, non hanno trovato che immaginare il punto di vista dell’altro renda più accurati nel capire che cosa pensa o prova; se mai, nel complesso li rendeva meno accurati e, a volte, più sicuri di sé. Quando invece le persone ottenevano la prospettiva direttamente, parlando, l’accuratezza saliva. Allenare l’empatia, quindi, significa soprattutto imparare a chiedere e ad ascoltare, e meno a indovinare.

Il Metodo O.M.S.C.I. propone cinque passi per un ascolto empatico, qui descritti con parole nostre:

  1. Fai spazio. Posa il telefono, girati verso l’altro, abbassa voce e ritmo; di’ solo «dimmi».
  2. Dai un nome all’emozione. Se sbagli, lascia che l’altro ti corregga: la correzione è un regalo.
  3. Parafrasa e chiudi con «giusto?». Con parole tue, in una frase.
  4. Fai una domanda aperta e taci tre secondi. Non riempire il vuoto.
  5. Valida, poi rispondi. «Capisco perché ti sei sentito così», e solo dopo il tuo punto di vista, con «e» al posto di «ma».

Nella nostra esperienza di formazione, il passo più difficile non è la tecnica ma il silenzio del quarto: tre secondi sembrano un’eternità, e la maggior parte di noi li riempie con un consiglio. Validare non significa dare ragione. Significa dire all’altro che ciò che sente ha senso da dove sta lui.

Due avvertenze. Evita «almeno», «calmati» e i consigli non richiesti: nessuno si è mai calmato per questo. E non ascoltare quando sei tu in allarme: respiri lenti, espirazione lunga, e poi parli. Per la domanda del quarto passo c’è la guida sulle domande che aprono e su quelle che chiudono; per capire da che punto cominciare puoi misurarti con il test di empatia in 12 domande.

Domande frequenti

L’empatia è innata o si impara?

Entrambe le cose. Una parte dipende dal temperamento, un’altra si allena: gli studi randomizzati mostrano effetti medi dei programmi, e la motivazione conta quanto la capacità. Chi dice «non ce l’ho» spesso sta dicendo «non ne ho voglia, in questa situazione».

Avere troppa empatia fa male?

La risonanza senza pause può stancare. Nel lavoro di Klimecki e colleghi, condividere troppo le emozioni negative dell’altro è descritto come possibile fonte di burnout, e la compassione come un modo per recuperare. Se ti senti sopraffatto da tempo, parlane con il tuo medico o con uno psicologo.

Empatia e intelligenza emotiva sono la stessa cosa?

No. L’intelligenza emotiva comprende anche riconoscere e regolare le proprie emozioni; l’empatia riguarda soprattutto quelle altrui. Sono collegate, non coincidono: nella guida su che cos’è l’intelligenza emotiva trovi il quadro completo.

Capire l’altro significa dargli ragione?

No. Capire e validare sono una cosa, essere d’accordo un’altra. Puoi dire «capisco perché ti sei sentito così» e poi esporre con calma una posizione diversa. Anzi, di solito è proprio dopo la validazione che l’altro è disposto ad ascoltarti.

Una domanda per te: nell’ultima conversazione in cui qualcuno ti ha raccontato un problema, hai chiesto «che cosa ti servirebbe?» o hai offerto subito una soluzione?

Fonti

  • Cuff, B. M. P., Brown, S. J., Taylor, L., Howat, D. J. (2016). Empathy: A review of the concept. Emotion Review, 8(2), 144-153. https://doi.org/10.1177/1754073914558466
  • Davis, M. H. (1983). Measuring individual differences in empathy: Evidence for a multidimensional approach. Journal of Personality and Social Psychology, 44(1), 113-126. https://doi.org/10.1037/0022-3514.44.1.113
  • Klimecki, O. M., Leiberg, S., Ricard, M., Singer, T. (2014). Differential pattern of functional brain plasticity after compassion and empathy training. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 9(6), 873-879. https://doi.org/10.1093/scan/nst060
  • Teding van Berkhout, E., Malouff, J. M. (2016). The efficacy of empathy training: A meta-analysis of randomized controlled trials. Journal of Counseling Psychology, 63(1), 32-41. https://doi.org/10.1037/cou0000093
  • Zaki, J. (2014). Empathy: A motivated account. Psychological Bulletin, 140(6), 1608-1647. https://doi.org/10.1037/a0037679
  • Elliott, R., Bohart, A. C., Watson, J. C., Murphy, D. (2018). Therapist empathy and client outcome: An updated meta-analysis. Psychotherapy, 55(4), 399-410. https://doi.org/10.1037/pst0000175
  • Eyal, T., Steffel, M., Epley, N. (2018). Perspective mistaking: Accurately understanding the mind of another requires getting perspective, not taking perspective. Journal of Personality and Social Psychology, 114(4), 547-571. https://doi.org/10.1037/pspa0000115
  • Villella, L. Il Metodo O.M.S.C.I. e il Quadrifoglio per la gestione dei conflitti e delle negoziazioni (framework dell’autore, descritto con parole nostre).