Due Parole Che Non Sono Sinonimi
Cominciamo da un equivoco che vale, da solo, un intero convegno di settore. Aprite un qualunque piano strategico di destinazione turistica pubblicato negli ultimi tre anni e troverete, quasi sempre nella stessa pagina, le espressioni turismo sostenibile e turismo rigenerativo usate come se fossero la stessa cosa scritta con parole diverse per non annoiare chi legge. Non lo sono. Non sono nemmeno parenti stretti. Sono due logiche di fondo diverse, con due obiettivi diversi, due modi diversi di misurare il successo e, qui sta il punto che interessa a chi fa ricerca seria, due strumenti di misurazione che non si possono scambiare senza perdere di vista cosa si sta effettivamente valutando. Chiamare “rigenerativo” un progetto che in realtà è, nel migliore dei casi, sostenibile non è un dettaglio da lasciare ai linguisti. È già, di per sé, una forma sottile di greenwashing: si vende una promessa di rigenerazione, un territorio che migliora, mentre si consegna, quando va bene, un contenimento del danno.
Non è la stessa cosa.
Chi scrive ha visto entrambe le facce della medaglia: la cattedra, dove il rigore terminologico è un dovere professionale prima ancora che intellettuale, e la sala riunioni di chi deve decidere come spendere, o giustificare, due milioni di euro di fondi europei per la destagionalizzazione turistica di una valle. In entrambi i contesti la stessa domanda torna sempre uguale: cosa vogliamo davvero ottenere, e come facciamo a sapere se lo abbiamo ottenuto? La risposta, quasi sempre, si perde in un lessico da comunicato stampa dove “sostenibile” e “rigenerativo” diventano aggettivi eleganti da mettere prima della parola “turismo” per rendere un progetto presentabile in una slide. Funziona bene in una slide. Funziona molto peggio quando qualcuno, tre anni dopo, chiede: e allora, cosa è cambiato per chi vive qui tutto l’anno?
Un problema di sostanza, non di stile.
Se lavorate in un ente di promozione turistica, in una DMO, o insegnate materie affini in un ateneo, avrete probabilmente già sentito la frase incriminata: “il nostro è un turismo rigenerativo, non ci limitiamo a essere sostenibili”. Fermatevi un secondo prima di annuire. Chiedete: rigenerativo rispetto a cosa? Misurato con quale indicatore? Verificato da chi, e dopo quanto tempo? Se le risposte sono vaghe, siete di fronte a un’etichetta, non a una strategia. E la differenza, lo vedremo, non è affatto accademica: ha conseguenze dirette su chi paga, su chi decide e su chi, alla fine, si ritrova davvero con qualcosa in più in tasca o nella qualità della propria vita quotidiana.
Immaginate una tipica giornata di lavoro di un consulente chiamato a validare un piano triennale: la prima slide mostra un albero stilizzato, la parola “rigenerativo” in un carattere elegante, e sotto, in piccolo, tre azioni già finanziate, la pulizia di un torrente, un corso di educazione ambientale nelle scuole, una campagna social. Tutte cose sensate, nessuna delle quali, singolarmente o insieme, dice qualcosa su cosa succederà tra cinque anni al reddito delle famiglie che vivono lì tutto l’anno. Il consulente firma comunque, perché il cliente ha fretta e il bando da cui arrivano i fondi chiede solo di dimostrare un generico orientamento “verde” del progetto, non di misurarne gli effetti reali. Succede più spesso di quanto si creda. Succede quasi sempre.
In questo articolo proviamo a fare chiarezza su due fronti, uno teorico e uno operativo: cosa distingue davvero, sul piano concettuale, sostenibilità e rigenerazione applicate al turismo; e, il nodo più spinoso, come si fa concretamente a misurare se una comunità ha ricevuto più di quanto ha dato in prestito al turismo. La risposta onesta, lo anticipo, è: con grande fatica, e quasi mai con un solo numero.
Non esiste una formula magica.
Punto.
Sostenibilità e Rigenerazione: Due Logiche, Non Due Sfumature
Per capirsi occorre un vocabolario preciso, non impressionistico. Userò quattro concetti come architrave del ragionamento, spiegandoli con metafore semplici perché la teoria, se resta astratta, non serve a nessuno: non aiuta il funzionario comunale che deve scrivere un bando, non aiuta lo studente che deve difendere una tesi, non aiuta il consulente che deve convincere un consiglio di amministrazione restio a spendere su orizzonti lunghi.
Turismo Sostenibile: Fare Meno Peggio
Pensate a una batteria che si scarica lentamente. Il turismo sostenibile, nella sua accezione più rigorosa, punta a rallentare il consumo di quella batteria il più possibile, idealmente fino a fermarlo del tutto: impatto netto zero, o quanto meno un impatto ridotto al minimo tecnicamente ottenibile. Meno acqua consumata per camera d’albergo, meno rifiuti prodotti per turista, meno emissioni per notte di soggiorno, meno pressione sulla capacità di carico di una spiaggia o di un centro storico. È una logica difensiva, di contenimento del danno. Nobile, necessaria, ma difensiva: si parte dal presupposto che il turismo sia comunque un’attività che consuma risorse, territorio, acqua, energia, pazienza dei residenti, e si cerca di consumarne il meno possibile.
La sostenibilità, insomma, si accontenta di rallentare lo scaricamento. Un traguardo già difficile da raggiungere, sia chiaro: la gran parte delle destinazioni turistiche italiane fatica persino a misurare correttamente i propri consumi idrici stagionali, figuriamoci a ridurli in modo strutturale. Ma resta, per costruzione, un orizzonte di minimizzazione. Il miglior risultato possibile, nel modello sostenibile puro, è un territorio che non peggiora. Non che migliori: che non peggiori.
Gli indicatori tipici di questo approccio lo tradiscono nella loro stessa natura: capacità di carico turistica di una spiaggia, quanti bagnanti per metro quadrato prima che il sistema dunale collassi, intensità energetica per pernottamento, percentuale di rifiuti differenziati, litri d’acqua per camera al giorno. Sono tutte misure di soglia, costruite per dire “non superare questo limite”, non “costruisci qualcosa di nuovo oltre questo limite”. Utilissime come argine. Del tutto inadatte, da sole, a dire se un paese di montagna avrà ancora una scuola elementare aperta tra dieci anni.
Non peggiorare non è poco. Ma non basta.
Turismo Rigenerativo: Lasciare Più di Quanto si è Preso
Il turismo rigenerativo cambia verso alla batteria: non si limita a scaricarla più lentamente, la ricarica. L’obiettivo non è più “danneggiare meno” ma lasciare il luogo, l’ecosistema, la comunità che lo abita in una condizione migliore di quella in cui li si è trovati. Non basta non tagliare l’ultimo albero della pineta: bisogna piantarne altri, farli crescere, e soprattutto far sì che chi vive lì tutto l’anno stia meglio, non solo economicamente, grazie al passaggio dei turisti, non nonostante esso.
Il concetto nasce, non a caso, nell’agricoltura rigenerativa: lì il suolo non viene solo preservato, viene reso più fertile nel tempo attraverso pratiche che aumentano la sostanza organica, la biodiversità microbica, la capacità di trattenere acqua. Trasportato sul turismo, il ragionamento chiede di applicare la stessa logica a un sistema molto più complicato di un campo coltivato: un ecosistema sociale fatto di famiglie, imprese, servizi pubblici, identità collettiva, mercato immobiliare, capitale relazionale accumulato in generazioni. Rigenerare un territorio turistico significa, in questa cornice, misurare se quel sistema nel suo complesso, non solo l’ambiente fisico, sta accumulando valore o continuando, semplicemente in modo più lento, a perderlo.
Un dettaglio che sfugge spesso: rigenerare non è nemmeno sinonimo di crescere. Un territorio può rigenerarsi anche accogliendo meno turisti di prima, se quei turisti in meno portano un valore pro capite più alto, distribuito meglio, e liberano risorse (case, acqua, strade) per chi ci vive stabilmente. La rigenerazione non si misura in arrivi. Si misura in condizioni di vita.
Valore Condiviso: Il Profitto che Risolve un Problema
Qui entra in gioco un concetto che Michael Porter e Mark Kramer hanno formalizzato nel 2011 in un articolo diventato un classico della strategia d’impresa: la creazione di valore condiviso (creating shared value). L’idea centrale, semplice da enunciare e complicata da realizzare, è che un’impresa possa generare profitto proprio risolvendo un problema sociale, non nonostante quel problema. Non filantropia aggiunta al business come un adesivo etico attaccato al bilancio a fine anno, ma un modello dove il ritorno economico e il beneficio sociale nascono dalla stessa attività, nello stesso momento, con lo stesso gesto.
Applicato al turismo territoriale, il valore condiviso significa che un albergo diffuso, una cooperativa di guide, un consorzio di piccoli produttori legato a un cammino escursionistico generano utile proprio perché rafforzano l’economia locale, non a scapito di essa. Un ristorante che paga di più un produttore locale perché lo racconta ai turisti come parte dell’esperienza non sta facendo beneficenza: sta vendendo meglio, a un prezzo più alto, un prodotto che vale di più perché genera anche un beneficio per chi lo produce. Il margine e il bene comune, nello stesso piatto.
Profitto e beneficio, nello stesso gesto.
Non profitto puro.
Certo, va detto con onestà: non ogni attività turistica si presta a questo schema con la stessa facilità. Un grande impianto di risalita, per fare un esempio scomodo, fatica strutturalmente a generare valore condiviso nello stesso modo in cui può farlo una piccola cooperativa agricola. Ma il criterio resta un metro utile per distinguere chi investe davvero nel territorio da chi lo usa come sfondo fotografico.
C’è una differenza, spesso trascurata anche nei corsi di laurea, tra valore condiviso e responsabilità sociale d’impresa in senso classico. La CSR, nella sua versione più diffusa novecentesca, prevede un bilancio già chiuso da cui si stacca una quota per il sociale: una donazione, una sponsorizzazione, un progetto satellite rispetto al core business. Il valore condiviso, per come lo intendevano Porter e Kramer, non stacca nulla da un bilancio già fatto: ridisegna il modo stesso in cui il bilancio si forma. La differenza sembra sottile sulla carta. Sul campo, per un territorio, è la differenza tra ricevere le briciole ed essere parte della ricetta.
Triple Bottom Line: Tre Bilanci, Non Uno
John Elkington ha coniato negli anni Novanta l’espressione triple bottom line: l’idea che il successo di un’organizzazione, e per estensione di una destinazione turistica, vada misurato su tre assi contemporaneamente, non uno solo. Conto economico, conto sociale, conto ambientale: profitto, persone, pianeta, secondo la formula diventata quasi proverbiale nei manuali di management sostenibile. Un albergo che fa utili ma prosciuga la falda acquifera locale, in questo schema, non è un successo: è un fallimento su due dei tre assi mascherato da un successo sul terzo.
C’è un dettaglio che raramente compare nelle presentazioni aziendali che citano la triple bottom line come fosse un dogma acquisito una volta per tutte: lo stesso Elkington, nel 2018, ha scritto un intervento lungo per mettere in discussione la propria creatura. Il pezzo, pubblicato a venticinque anni dal debutto del concetto, portava già nel titolo un programma preciso: un richiamo del prodotto, come si fa con un’automobile difettosa. L’autore ammetteva che il modello, pensato per allargare lo sguardo oltre il solo profitto, era stato in gran parte ridotto a un esercizio di contabilità e comunicazione, uno strumento per rendicontare senza cambiare davvero le decisioni di fondo di chi lo adottava. Molte aziende, cioè, avevano imparato a compilare tre colonne senza mai lasciare che la seconda o la terza colonna mettessero in discussione la prima.
Anche i concetti fondativi della sostenibilità, insomma, vanno rivisti nel tempo: non sono pietre incise, sono strumenti di lavoro, e come tutti gli strumenti si consumano e vanno affilati di nuovo. Chi insegna queste materie da una cattedra dovrebbe ricordarlo ai propri studenti più spesso di quanto normalmente accada: la teoria che studiate oggi come solida verrà probabilmente rivista, in parte, dal suo stesso autore. Non è un difetto della disciplina. È come funziona una disciplina viva.
Uno strumento. Non un dogma.
Il Problema della Misura: Cosa Vuol Dire Davvero “Aver Rigenerato” un Luogo
Definire la rigenerazione sulla carta è la parte facile. Il problema vero, quello che tiene svegli i consulenti la notte prima di presentare un piano a un consiglio comunale, è misurarla. Cosa significa, in pratica, che una comunità sta meglio di prima grazie al turismo? Meglio economicamente, certo, ma anche meglio socialmente? Meglio dal punto di vista ambientale? E soprattutto: meglio rispetto a cosa, misurato con quale strumento, verificato da chi, e dopo quanto tempo? Qui la faccenda si complica sul serio, e conviene affrontarla punto per punto, perché è esattamente qui che la retorica del rigenerativo rischia di scollarsi dalla realtà dei numeri.
Non Bastano gli Alberi
La scorciatoia più comune, quella che qualunque piano di comunicazione territoriale rischia di imboccare, è ridurre la rigenerazione a un gesto simbolico misurabile in unità facili da fotografare: alberi piantati, tonnellate di CO2 compensate, euro donati a una onlus locale. Sono azioni legittime, spesso utili. Non sono, prese da sole, una misura di rigenerazione. Piantare mille alberi in una valle che perde il trenta per cento della sua popolazione residente ogni decennio non rigenera quella valle: la decora. Un albero non paga l’affitto a un ventenne che vorrebbe restare a vivere lì invece di trasferirsi in città, non riapre l’ambulatorio medico chiuso per mancanza di personale, non porta la banda larga alla frazione più isolata. La rigenerazione di un territorio turistico si gioca su indicatori demografici, sociali, economici e ambientali insieme, e servono serie storiche, non fotografie isolate, per dire qualcosa di credibile su un trend.
Una fotografia non è un film.
Serie storiche. Non fotografie.
Serve un dato che si ripeta nel tempo. Uno soltanto, isolato, quasi sempre mente per omissione: dice che qualcosa è successo, non dice se quel qualcosa ha avviato un processo o è rimasto un episodio isolato buono solo per il comunicato stampa di fine stagione.
Il Greenwashing Rigenerativo
C’è poi un rischio più sottile del semplice abbellimento: usare la parola “rigenerativo” come se fosse già, di per sé, una certificazione. Non lo è. A differenza di altri ambiti, l’agricoltura biologica ha un disciplinare, un ente terzo che controlla, un marchio che si può revocare, il turismo rigenerativo non ha ancora, nella grandissima maggioranza dei casi, uno standard verificato da soggetti indipendenti. Chi si autodefinisce “destinazione rigenerativa” lo fa quasi sempre sulla base di una narrazione propria, con indicatori scelti da chi stesso deve essere valutato. È come se un ristorante scrivesse da solo la propria stella. Il rischio non è teorico: più il termine diventa vendibile, più cresce l’incentivo a dichiararsi rigenerativi senza esserlo, ed è esattamente il meccanismo classico del greenwashing, solo spostato di un gradino più in alto, dal “sostenibile” venduto senza prove al “rigenerativo” venduto senza nemmeno un indicatore di riferimento condiviso tra territori diversi.
Un’etichetta non è un audit.
Zero.
Zero terze parti, zero verifica, zero comparabilità tra una destinazione e l’altra: è la ricetta perfetta perché il termine si svuoti nel giro di pochi anni, esattamente come è successo, in parte, alla parola “sostenibile” negli anni Duemiladieci. Non è un destino scritto. Ma è un rischio concreto, non un’ipotesi da seminario.
Quali Indicatori, Allora?
Se gli alberi piantati non bastano e l’autocertificazione è un rischio, resta la domanda pratica: cosa si dovrebbe misurare davvero? Una risposta onesta richiede di lavorare su almeno quattro famiglie di indicatori insieme, non una sola. Primo, la resilienza demografica: saldo migratorio dei residenti under quaranta, non degli arrivi turistici. Secondo, il moltiplicatore economico locale: quanta parte di ogni euro speso da un turista resta effettivamente nel territorio, invece di uscire subito verso catene di fornitura esterne o proprietà immobiliari di non residenti. Terzo, la salute degli ecosistemi su cui il turismo si appoggia: qualità dell’acqua, stato dei suoli, biodiversità misurata con protocolli scientifici standard, non con foto di animali sui canali social istituzionali. Quarto, e forse il più trascurato, il capitale sociale e la fiducia interna alla comunità: quanto i residenti si fidano delle istituzioni locali, quanto partecipano alla vita pubblica, quanto sentono di avere voce sulle decisioni che riguardano il proprio paese.
Nessuno di questi quattro indicatori, da solo, dice granché. Insieme, letti in serie storica di almeno un quinquennio, cominciano a raccontare una storia verificabile. È un lavoro statistico serio, non uno slogan da assemblea. Costa tempo, competenze, e soldi che raramente vengono stanziati per la fase di misurazione: di solito il bilancio finisce prima nei cantieri e nella comunicazione, e quel che resta per il monitoraggio è poco, quando va bene.
Misurare costa. Non misurare costa di più, dopo.
Quattro indicatori. Non uno.
Chi Paga il Conto, e Quando
Il secondo nodo è quello dei soldi, e di quando arrivano i risultati rispetto a quando servono le risorse. Rigenerare un ecosistema costiero eroso da decenni di turismo balneare intensivo, o restituire linfa demografica a un borgo montano, richiede investimenti oggi per un ritorno che si vedrà, quando va bene, tra otto, dieci, quindici anni. Chi anticipa quella spesa? Un comune di duemila abitanti non ha, quasi mai, il bilancio per farlo da solo. Un investitore privato, per contro, ragiona su orizzonti di ritorno molto più corti, tre, cinque anni, raramente di più, perché deve rendere conto a soci o a un fondo che a sua volta ha una scadenza. Il risultato è un buco strutturale nel finanziamento della rigenerazione: nessuno degli attori naturalmente presenti sul territorio ha un orizzonte temporale compatibile con quello richiesto dal processo stesso.
Servono strumenti misti, fondi pubblici pluriennali, imposta di soggiorno vincolata a scopi precisi, capitale paziente da fondazioni bancarie, eventualmente obbligazioni territoriali di scopo, e serve, ancora di più, un meccanismo di garanzia che tenga insieme chi mette i soldi oggi e chi ne vedrà i frutti tra una generazione. Senza questo ponte finanziario, la rigenerazione resta un’intenzione scritta bene in un documento di programmazione, mai un processo che sopravvive al cambio di giunta o al cambio di ciclo economico.
Il tempo, in questo caso, è un costo. Uno vero.
Nessuno aspetta gratis.
Cicli Corti, Orizzonti Lunghi
Aggiungete un’altra frizione, quella tra il calendario della rigenerazione e il calendario della politica. Un sindaco viene eletto per cinque anni, spesso pensa già alla rielezione dal terzo. Un assessore regionale al turismo cambia, in media, più spesso di quanto cambino le stagioni turistiche di una destinazione. Un processo di rigenerazione credibile, quello che restituisce suolo fertile, biodiversità, tessuto sociale, capacità di attrarre chi resta invece di chi solo passa, si misura in cicli di dieci, quindici anni, a volte una generazione intera. Chi amministra oggi firma decisioni i cui risultati verranno intestati, nella migliore delle ipotesi, a chi verrà eletto tra due o tre mandati successivi.
È un disallineamento strutturale, non un difetto di volontà politica dei singoli amministratori: il sistema, così com’è costruito, premia chi taglia il nastro di un parcheggio nuovo domani mattina, non chi avvia un processo che darà frutti quando lui, con ogni probabilità, non sarà più in carica. Un problema di incentivi, prima ancora che di persone.
Non di persone. Di regole.
Nessuno taglia nastri per un bosco che crescerà tra vent’anni.
E qui si apre un problema che la letteratura di scienza dell’amministrazione conosce bene in altri campi (la sanità pubblica, la pianificazione idrogeologica, la ricerca scientifica di base) ma che nel turismo territoriale resta largamente irrisolto: come si progetta una governance capace di sopravvivere, con continuità di obiettivi, al cambio delle persone che la guidano? Senza una risposta solida a questa domanda, ogni piano di rigenerazione decennale rischia di durare, in pratica, quanto il mandato di chi lo ha firmato. Non un giorno di più.
Di Chi è il Metro di Giudizio
Il nodo più delicato, forse, è chiedersi chi ha il diritto di dire cosa conta come miglioramento. Un turista soddisfatto valuta un territorio rigenerato guardando sentieri puliti, ristoranti autentici, un centro storico vivo la sera. Un residente valuta lo stesso territorio guardando l’affitto salito perché la casa di fianco è diventata un affitto breve per turisti, la farmacia che ha chiuso, l’autobus che non passa più il sabato pomeriggio. Sono due metri di giudizio che possono divergere fino a contraddirsi apertamente: quello che rende un luogo più attraente per chi arriva può renderlo, nello stesso momento, meno vivibile per chi ci è nato.
Non il turista che passa. Chi resta.
Un modello che aiuta a tenere insieme queste due prospettive senza schiacciare l’una sull’altra è quello proposto da Kate Raworth con la doughnut economics, l’economia della ciambella: uno spazio sicuro e giusto per l’attività umana, collocato tra un pavimento sociale minimo, sotto il quale nessun residente dovrebbe scendere in termini di reddito, accesso a servizi, casa, salute, e un tetto ecologico massimo, oltre il quale il territorio, l’acqua, il suolo, la capacità di carico dell’ecosistema, comincia a collassare. Applicata a una destinazione turistica, la ciambella diventa un criterio operativo concreto, non solo un’immagine suggestiva: la rigenerazione non è massimizzare gli arrivi né azzerarli, è tenere il sistema dentro quello spazio, con indicatori misurabili su entrambi i bordi, il piano sociale e il tetto ambientale.
È un metro. Non un’immagine.
Ma chi disegna quei bordi? Non il turista, quasi mai: lui, quando va bene, viene consultato con un sondaggio di gradimento a fine soggiorno. Dovrebbe essere il residente, attraverso processi decisionali che gli diano voce reale, non consultiva, e non filtrata da chi grida più forte in un’assemblea pubblica. Il caso che segue mostra cosa succede, in pratica, quando questo principio viene tradito, anche in buona fede, e cosa succede quando viene corretto.
Il Caso delle Tre Pievi: Un Fondo di Comunità, un Parcheggio, e una Lezione Imparata Male la Prima Volta
Per capire come queste tensioni si giocano fuori dai libri, prendiamo un caso costruito ad hoc, non un caso reale, sia chiaro, ma un composito verosimile di dinamiche osservate in decine di territori simili in giro per l’Italia. Chiamiamolo la Comunità Montana delle Tre Pievi (nome di fantasia: ogni riferimento a enti, luoghi o persone realmente esistenti è puramente casuale): un territorio di quattro comuni alpini raccolti attorno a una valle che nel racconto chiameremo Val Tressane (anch’essa inventata), milleduecento residenti stabili, un flusso turistico stagionale che nei mesi di punta arriva a superare di otto volte la popolazione residente.
Nel duemilaventidue il consiglio della Comunità Montana approva una delibera che oggi verrebbe presa a modello in più di un convegno di settore: il quaranta per cento del gettito dell’imposta di soggiorno, non tutto, il restante sessanta resta a copertura dei servizi turistici ordinari, confluisce in un fondo di comunità dedicato a due filoni. Il primo: il sostegno all’agricoltura di prossimità, piccoli produttori che vendono ai ristoranti e ai mercati locali invece che alla grande distribuzione. Il secondo: la manutenzione della rete sentieristica, quattrocento chilometri di tracciati (forse sono trecentottanta, le stime cambiano leggermente a seconda di chi le calcola e di come conta i sentieri secondari, ma l’ordine di grandezza è quello) che senza cura si perdono in due stagioni, letteralmente inghiottiti da rovi e frane minori. La decisione su come distribuire quei fondi ogni anno, tra i due filoni e tra i singoli progetti proposti, viene affidata a un bilancio partecipativo aperto a tutti i residenti maggiorenni: circa mille aventi diritto.
La prima edizione, nella primavera del duemilaventitré, va storta, non nel metodo formale, che viene rispettato alla lettera, ma nella tenuta politica del risultato. Alle tre assemblee pubbliche organizzate per discutere i progetti si presenta sempre lo stesso gruppo di una decina di residenti, molto attivi, molto informati, abituati a parlare in pubblico (uno di loro, si racconta, ha fatto per anni il consigliere comunale in un paese vicino, ma qui la memoria collettiva della valle comincia già a confondersi con la leggenda locale, e nessuno sa dire con certezza se sia vero). Propongono, con insistenza e con argomenti tutto sommato ragionevoli, il rifacimento completo del parcheggio del capoluogo, un progetto da solo capace di assorbire l’ottanta per cento del fondo disponibile per quell’anno. Il voto, palese, per alzata di mano nell’ultima assemblea, li premia: il parcheggio passa, quasi tutto il resto, la sentieristica, un piccolo presidio per la vendita diretta dei formaggi di malga, un progetto di orti sociali per gli anziani, resta senza copertura.
Un parcheggio, sì. Il resto, no.
Il malumore che segue non è un’astrazione da relazione di fine anno. È la signora che gestisce da sola il progetto degli orti sociali e si ritrova a spiegare a sette anziani perché quella cosa promessa non partirà, con lo stomaco che si stringe ogni volta che deve ripeterlo. È il produttore di formaggi che aveva già ordinato il banco frigo per il presidio di vendita diretta, pagato di tasca sua, confidando in un rimborso parziale che, alla fine, non arriva. Nessun rimborso. Le spalle che si abbassano, ma non di sollievo: di chi rinuncia e basta. Alla riunione di restituzione dei risultati, a giugno, la sala del municipio è mezza vuota. Chi si è sentito escluso, semplicemente, non si presenta più. Silenzio, appunto, non consenso.
L’anno successivo la giunta corregge il meccanismo, e qui il caso delle Tre Pievi diventa, davvero, un caso di scuola utile anche fuori da quella valle immaginaria. Due modifiche, entrambe tecnicamente minori sulla carta, cambiano il risultato in modo radicale. Primo: il voto passa da palese, per alzata di mano in assemblea, a scrutinio segreto, con schede raccolte anche attraverso un punto di raccolta al municipio aperto per due settimane, non solo la sera dell’assemblea, perché chi lavora nei campi o chi ha ottant’anni e non guida più di sera fatica ad arrivare a una riunione serale, e il voto segreto toglie la pressione sociale di dover dire “no” in pubblico a un vicino insistente che si vede tutti i giorni al bar. Secondo: viene introdotta una soglia minima di distribuzione tra categorie di progetto: non più del cinquanta per cento del fondo annuo può confluire su un singolo progetto, e almeno il venti per cento deve andare a ciascuno dei due filoni previsti dalla delibera originaria, agricoltura di prossimità e sentieristica.
Due modifiche. Un risultato diverso.
Il risultato della seconda edizione: quattrocentoquaranta votanti, contro i circa cinquanta partecipanti attivi della prima tornata di assemblee dell’anno precedente, quasi nove volte tanti. I fondi si distribuiscono su cinque progetti diversi invece che su uno solo: manutenzione di ottanta chilometri di sentiero, il presidio di vendita diretta per i formaggi di malga (finalmente finanziato, con un anno di ritardo), tre borse di studio per giovani che vogliono avviare un’attività agricola nella valle, un intervento ridimensionato sul parcheggio (non più l’intero rifacimento, solo la parte più ammalorata) e un servizio di trasporto a chiamata per gli anziani delle frazioni più isolate. Nessun progetto supera la soglia di sbarramento. Il gruppo dei dieci residenti attivi della prima edizione, va detto per onestà, non sparisce dalla scena: partecipa ancora, propone ancora, ma non pesa più da solo quanto pesava un migliaio di persone rimaste silenziose l’anno prima.
Il numero, alla fine, ha vinto sulla voce più forte.
Non è una favola con la morale scritta in fondo alla pagina. È un caso che mostra, con dati concreti anche se costruiti a tavolino per l’occasione, quanto la governance conti quanto, forse più, dei soldi disponibili. Un fondo di comunità ben finanziato ma mal governato produce scontento e progetti sbilanciati verso chi urla di più. Le stesse identiche risorse, con regole di partecipazione più larghe e più protette dal rumore di chi parla più forte, producono una distribuzione che assomiglia molto di più a un interesse collettivo reale. La differenza non sta nel budget. Sta nella procedura.
Un’ultima annotazione, per chi si chiede se il correttivo abbia tenuto nel tempo o sia stato solo un fuoco di paglia dovuto all’entusiasmo del cambiamento. Nella terza edizione, quella del duemilaventicinque, i votanti scendono leggermente, circa trecentonovanta, un calo fisiologico dopo la novità dell’anno precedente, ma la distribuzione tra categorie di progetto resta stabile, dentro le soglie fissate dal regolamento. Il vero indicatore di tenuta, in casi come questo, non è il numero assoluto di partecipanti in un singolo anno: è la varianza tra un’edizione e l’altra. Se resta bassa, la regola ha funzionato. Se comincia a impennarsi di nuovo verso un solo progetto o un solo gruppo di proponenti, vuol dire che qualcuno ha trovato il modo di aggirarla, e serve un secondo correttivo. Non c’è un traguardo definitivo in questi processi. C’è solo manutenzione costante, un po’ come per i sentieri che il fondo stesso finanzia.
Manutenzione, sempre.
Omnibus I e il Silenzio Normativo che Rischia di Costarci Caro
Sul piano normativo, il quadro europeo si è appena mosso in una direzione che merita attenzione critica, non solo cronaca istituzionale. Il pacchetto Omnibus I dell’Unione Europea, entrato in vigore il 18 marzo 2026 con la Direttiva (UE) 2026/470, ha modificato in modo sostanziale la CSRD, la Corporate Sustainability Reporting Directive: la direttiva che dal 2022 in poi ha imposto a un numero crescente di imprese di rendicontare il proprio impatto ambientale, sociale e di governance secondo standard dettagliati, gli ESRS europei. La modifica alza in modo netto le soglie di applicazione: sono ora obbligate alla rendicontazione solo le imprese con più di mille dipendenti e oltre quattrocentocinquanta milioni di euro di fatturato annuo. Gli Stati membri, Italia inclusa, devono recepire queste modifiche entro il 19 marzo 2027. Per le imprese più piccole che restano nella catena del valore di aziende ancora obbligate, definite nel testo normativo “imprese protette”, la Commissione europea adotterà entro il 19 luglio 2026 principi di rendicontazione volontaria basati sullo standard VSME, pensato apposta per le piccole e medie imprese.
Volontario. Non obbligatorio.
Fermiamoci un attimo su cosa significa, in pratica, per il turismo territoriale, un settore fatto, in una proporzione che sfiora la quasi totalità delle imprese coinvolte, di micro e piccole attività: l’agriturismo a conduzione familiare, l’albergo diffuso da dodici camere, la cooperativa di guide, il piccolo tour operator locale. Nessuna di queste realtà, quasi per definizione strutturale, supera le soglie dei mille dipendenti e dei quattrocentocinquanta milioni di fatturato. Nessuna, quindi, sarà mai direttamente obbligata a rendicontare secondo gli standard ESRS. Il risultato, ed è qui che la faccenda si fa scomoda, è che la misurazione del valore rigenerativo generato da un territorio turistico, quello di cui parliamo in questo articolo, resta interamente affidata alla buona volontà di chi lo produce. Uno standard volontario come il VSME è meglio di niente, senza dubbio: dà una traccia comune, un linguaggio condiviso, un punto di partenza per chi vuole cominciare a misurare. Ma resta, appunto, volontario. Lo adotta chi ha già una cultura della rendicontazione, chi ha già capito che misurare conviene sul medio periodo. Chi non ce l’ha continuerà semplicemente a non misurare, o a misurare solo quello che gli conviene raccontare, tornando dritti al problema del greenwashing rigenerativo di cui abbiamo parlato prima.
Meno obblighi, non più chiarezza.
Zero obblighi diretti.
Proprio mentre la comunità scientifica e gli operatori più avanzati del settore chiedono metriche più solide per distinguere il turismo rigenerativo vero da quello solo dichiarato, il quadro normativo europeo si muove nella direzione opposta: restringe la platea di chi deve rendere conto, non la allarga. Non è necessariamente un errore di policy, ridurre il carico amministrativo sulle imprese più piccole ha una sua logica economica difficile da liquidare in una frase, soprattutto dopo anni di lamentele giustificate sul peso burocratico della CSRD originaria. Ma ha un costo che va nominato con chiarezza, non nascosto sotto il tappeto del sollievo amministrativo: senza un obbligo condiviso, la misurazione della rigenerazione territoriale diventerà un mosaico di iniziative private, ciascuna con i propri indicatori, difficilmente comparabili tra un territorio e l’altro. E senza comparabilità non c’è verifica indipendente possibile. Torniamo, in fondo, al problema di sempre, quello che ogni sistema di controllo prima o poi deve affrontare: chi certifica il certificatore?
Una domanda che l’Europa, per ora, rimanda.
Per ora. Non ancora.
Per il turismo territoriale italiano, dove la stragrande maggioranza delle imprese ricettive resta sotto le dieci camere e la gran parte dei territori vive di un tessuto di micro-attività a conduzione familiare, questo significa in pratica una cosa sola: la responsabilità di misurare il valore rigenerativo lasciato a una comunità ricadrà quasi interamente sugli enti pubblici locali, sulle DMO, sui consorzi di destinazione, non sull’obbligo normativo delle singole imprese. Un compito che questi soggetti, va detto con franchezza, non sono quasi mai attrezzati ad assolvere da soli: mancano competenze statistiche interne, mancano risorse dedicate, manca spesso persino la volontà politica di raccogliere dati che potrebbero, un giorno, essere usati contro chi li ha raccolti. Anche questo è un costo del disegno normativo attuale, un costo indiretto ma reale.
C’è un ruolo che, in questo vuoto lasciato dalla normativa, spetta quasi per esclusione al mondo della ricerca. Osservatori universitari indipendenti, centri studi di settore, reti di ricercatori che condividono protocolli comuni di misurazione tra territori diversi possono costruire quella comparabilità che la regolazione europea, per scelta esplicita, non impone più alle piccole imprese. Non è un ripiego elegante per giustificare i finanziamenti alla ricerca applicata: è, allo stato attuale delle cose, l’unica strada praticabile su scala nazionale nel breve periodo. Le università italiane con competenze in economia del turismo, geografia economica e scienze della sostenibilità avrebbero, in questo scenario, una responsabilità pubblica precisa, e un’occasione che raramente si presenta con questa chiarezza: diventare il certificatore terzo che il mercato, da solo, non genera spontaneamente.
Cosa Resta, e Cosa Chiediamo Ancora
Dove va, allora, il turismo rigenerativo nei prossimi dieci anni? Nella direzione giusta solo se smette di essere un aggettivo e diventa un sistema di misura. Le destinazioni che usciranno da questo decennio con una reputazione solida non saranno quelle che avranno scritto “rigenerativo” più volte nei propri materiali di comunicazione, ma quelle che avranno costruito, pazientemente, con dati verificabili nel tempo, con processi decisionali che danno voce reale ai residenti e non solo ai turisti, un sistema capace di dimostrare, numeri alla mano, che il territorio sta meglio di dieci anni prima. Serviranno indicatori compositi che tengano insieme demografia, reddito locale, salute degli ecosistemi, qualità della vita percepita da chi resta tutto l’anno, non solo da chi arriva a Ferragosto. Serviranno audit indipendenti, non autodichiarazioni scritte dall’ufficio marketing. Servirà, soprattutto, la pazienza istituzionale di misurare un processo che non dà risultati visibili prima di una decade, la stessa pazienza che i cicli elettorali, per costruzione, quasi mai possiedono.
La pazienza non è un optional. È il metodo.
C’è un’ultima cosa da scrivere, prima dei punti operativi che chiudono questo articolo: la misurazione seria del valore rigenerativo non è un costo aggiuntivo da giustificare a fine anno in un consuntivo di bilancio. È, essa stessa, parte del processo rigenerativo. Un territorio che impara a misurarsi con onestà, anche quando i numeri sono scomodi, sta già rigenerando qualcosa che nessun indicatore cattura facilmente: la propria capacità collettiva di guardarsi allo specchio senza raccontarsi favole.
Non un dettaglio. Il cuore.
Punti Chiave per Studenti e Professionisti
- Prima di chiamare “rigenerativo” un progetto, pretendete, da voi stessi o da chi vi commissiona un piano, almeno tre indicatori misurabili nel tempo (demografico, economico, ambientale) verificati da un soggetto terzo, non autodichiarati dall’ente che li promuove.
- Progettate ogni meccanismo di partecipazione comunitaria, bilanci partecipativi, assemblee, consultazioni, con tutele contro la cattura da parte di minoranze attive fin dalla prima edizione: voto segreto, soglie minime di distribuzione tra categorie di progetto, canali di voto accessibili anche a chi non partecipa alle assemblee serali.
- Strutturate il finanziamento della rigenerazione territoriale su orizzonti di dieci-quindici anni con strumenti misti (fondi pubblici pluriennali, imposta di soggiorno vincolata, capitale paziente), scollegandolo esplicitamente dai cicli di mandato amministrativo di quattro-cinque anni.
E allora la domanda resta aperta, per chi lavora sul campo quanto per chi lo studia dai libri: se nessuna norma vi obbliga a misurare, lo farete comunque? O aspetterete la prossima direttiva?
Aspettare, però, ha un costo. Anche quello.
Il valore lasciato a una comunità va anche raccontato a chi arriva, altrimenti resta un dato interno: su questo lavora la formazione in narrazione turistica.