Un numero che sale, e la domanda che nessuno si fa prima di festeggiare

Centottanta per cento in più. È il tipo di cifra che finisce nel titolo di un comunicato stampa, che un sindaco cita in consiglio comunale con soddisfazione visibile, che un consorzio turistico stampa su un pieghevole per il bando regionale dell’anno successivo. Centottanta per cento in più di visitatori in bassa stagione, rispetto all’anno precedente. Suona come un successo. Talvolta lo è. Non sempre. Molto più spesso di quanto si creda, non lo è affatto — o meglio: lo è solo in parte, e la parte che manca è esattamente quella che avrebbe dovuto giustificare l’investimento pubblico messo in campo per ottenerlo.

Chi si occupa di marketing territoriale incontra questa scena con una regolarità che dovrebbe insospettire chiunque faccia consulenza sul serio. Un territorio investe — fondi comunali, fondi regionali, a volte fondi europei intercettati con un progetto ben scritto — in un’iniziativa pensata per riempire i mesi vuoti: un mercatino invernale, un festival di luci, un pacchetto “slow” fuori stagione, un evento culturale posizionato apposta a novembre o a gennaio. Passa un anno. I numeri arrivano. E i numeri, quasi sempre, mostrano una crescita. La domanda che quasi nessuno si pone, in quel momento di legittimo entusiasmo, è la più semplice e la più scomoda di tutte: crescita di cosa, esattamente? Persone che sono passate di lì, o persone che hanno dormito in una struttura ricettiva locale, hanno cenato in un ristorante del posto, hanno lasciato in paese qualcosa di più di un’impronta sulla neve?

La confusione tra le due cose non è un dettaglio tecnico da statistici pignoli. È il cuore del problema. Un conteggio di passaggi rilevato da un sensore pedonale, da un parcheggio, da un tornello contapersone, misura una cosa: la presenza fisica in un luogo, in un dato momento. Non misura il pernottamento. Non misura la spesa. Non misura, men che meno, quanto di quella spesa — ammesso che ci sia stata — resta davvero nell’economia locale invece di finire nelle tasche di un fornitore esterno arrivato apposta per l’evento e ripartito la sera stessa con l’incasso. Tre cose diverse. Spesso confuse in un unico numero. Sempre lo stesso. Quello che finisce nel titolo.

Questo articolo prova a mettere ordine, con gli strumenti giusti. Non un ordine ideologico — non è un pezzo contro gli eventi invernali o contro la destagionalizzazione in sé, tutt’altro — ma un ordine metodologico: come si costruisce un indice quantitativo di stagionalità che dica qualcosa di più della solita percentuale “alta stagione contro bassa stagione”, come si legge, e soprattutto come lo si affianca a dati di impatto economico reale prima di dichiarare vittoria. Vedremo perché un indice di concentrazione mensile — costruito con la stessa logica che il grande statistico italiano Corrado Gini applicò, più di un secolo fa, alla distribuzione della ricchezza — racconta una storia molto più precisa di qualunque rapporto percentuale grezzo. Vedremo perché Richard Butler, uno dei nomi più citati negli studi sul turismo, ha passato una parte della sua carriera proprio a distinguere le cause della stagionalità, prima ancora di provare a curarla. E vedremo, con un caso costruito apposta per illustrare il meccanismo — fittizio, dichiarato tale fin da ora, nessun luogo reale, nessuna persona reale — come lo stesso identico intervento possa raccontare due storie opposte a seconda di quale numero si sceglie di guardare per primo.

Dalla percentuale grezza al coefficiente di concentrazione: costruire un indice che non mente

Stagionalità naturale e stagionalità istituzionalizzata: la lezione di Richard Butler

Prima di misurare qualcosa, bisogna capire cosa lo produce. È un principio banale, quasi ovvio detto così, eppure nella pratica quotidiana del marketing territoriale viene saltato con una frequenza sorprendente: si interviene sulla stagionalità come se fosse un fenomeno unico, indifferenziato, curabile con la stessa ricetta ovunque. Quasi mai. Non lo è.

Richard Butler, geografo scozzese noto soprattutto per il modello del ciclo di vita delle destinazioni turistiche — il Tourism Area Life Cycle, elaborato nel 1980 su una rivista canadese di geografia e diventato da allora uno degli schemi più citati dell’intera disciplina — ha dedicato anche un filone di ricerca specifico proprio alla stagionalità, distinguendo con chiarezza due famiglie di cause che, mescolate insieme senza criterio, portano quasi sempre a interventi mal calibrati. La prima è la stagionalità naturale: temperatura, ore di luce, precipitazioni, la neve che c’è o non c’è, il mare che si può o non si può affrontare senza muta. Fattori che un territorio non controlla e non può controllare, salvo interventi artificiali dai costi quasi sempre sproporzionati rispetto al beneficio. La seconda è la stagionalità istituzionalizzata: calendari scolastici, ferie industriali concentrate in agosto per tradizione contrattuale più che per necessità climatica, festività religiose e civili, persino abitudini collettive che nessuna legge impone ma che si comportano come se lo facessero — chi decide di andare in vacanza a Ferragosto lo fa spesso non perché sia l’unico periodo climaticamente favorevole, ma perché “si è sempre fatto così”.

La distinzione conta, e conta parecchio, perché le due leve richiedono interventi radicalmente diversi. Contro la stagionalità naturale — un lago di montagna gelato a gennaio, una spiaggia inospitale a novembre — il margine di manovra di un territorio è stretto: si può proporre un’offerta alternativa che non dipenda dal clima (un festival al chiuso, un percorso enogastronomico, un museo), ma non si cambia la temperatura dell’acqua con un piano di comunicazione, per quanto ben scritto. Contro la stagionalità istituzionalizzata, invece, il margine è più ampio: calendari scolastici differenziati per regione, offerte mirate a chi lavora da remoto e non dipende più rigidamente dalle ferie di agosto, pacchetti pensati per un pubblico senza figli in età scolare che può viaggiare a marzo tanto quanto a luglio. Confondere le due cause — e capita, capita spesso — porta a investire tempo e denaro pubblico in campagne di comunicazione destinate a scontrarsi contro un muro che nessuna campagna può abbattere: il calendario scolastico nazionale, per dire, non lo cambia un consorzio turistico di provincia.

Il coefficiente di concentrazione applicato ai dodici mesi dell’anno

Detto questo, resta il problema di come misurare quanto un territorio sia davvero stagionale, e quanto lo sia diventato meno dopo un intervento. Lo strumento più diffuso — la percentuale di presenze concentrate nei tre mesi di punta, oppure il rapporto tra il mese migliore e il mese peggiore — ha un difetto strutturale: riduce dodici mesi di dati a un unico rapporto tra due estremi, buttando via tutta l’informazione intermedia. Due territori possono avere lo stesso identico rapporto tra agosto e gennaio, e distribuzioni completamente diverse nei dieci mesi restanti. Uno strumento più fine — mutuato, con gli opportuni adattamenti, dalla statistica della distribuzione del reddito — restituisce l’andamento completo dei dodici mesi, non i due punti estremi soltanto.

Il riferimento è al lavoro di Corrado Gini, statistico italiano che nel 1912, in un saggio dal titolo Variabilità e mutabilità, introdusse un indice di concentrazione pensato originariamente per misurare quanto la ricchezza di un paese fosse distribuita in modo diseguale tra i suoi abitanti. L’indice che porta il suo nome è diventato, da allora, lo standard internazionale per misurare la disuguaglianza economica — lo si trova citato nei rapporti della Banca Mondiale, nelle statistiche Eurostat, in qualunque manuale di economia dello sviluppo. Ma la sua logica matematica non ha nulla di specifico al reddito: funziona ogni volta che serve misurare quanto una grandezza totale — un reddito nazionale, ma anche, con lo stesso identico impianto, un flusso di presenze turistiche annuali — sia concentrata in modo diseguale tra le sue componenti, che siano persone o, nel nostro caso, mesi dell’anno.

Applicato al turismo, il procedimento funziona così. Si prendono le presenze — non i “visitatori”, non i “passaggi”: le presenze registrate secondo la definizione statistica ufficiale, cioè le notti effettivamente trascorse in struttura ricettiva, il dato che ISTAT e gli osservatori regionali raccolgono attraverso le comunicazioni obbligatorie di alberghi, B&B, agriturismi, campeggi — e si calcola la quota percentuale di ciascuno dei dodici mesi sul totale annuo. Si ordinano questi dodici valori dal più piccolo al più grande. Si costruisce, mese dopo mese, una curva cumulata: quanta parte del totale annuo di presenze si è accumulata considerando solo il mese più debole, poi i due mesi più deboli, poi i tre, fino ad arrivare, con tutti e dodici i mesi sommati, al cento per cento. Questa curva — la curva di Lorenz, per chi vuole il nome tecnico — viene confrontata con la linea di perfetta equidistribuzione: quella in cui ogni mese, semplicemente, pesa un dodicesimo del totale, l’8,33 per cento esatto. Più la curva reale si allontana da quella linea ideale, più il turismo è concentrato in pochi mesi. Semplice, sulla carta. L’area compresa tra la curva reale e la linea di equidistribuzione, raddoppiata per una convenzione matematica che qui basta accennare, restituisce un numero compreso tra zero e (quasi) uno: zero significa che ogni mese riceve esattamente la stessa quota di presenze, un valore vicino a uno significa che quasi tutte le presenze dell’anno si concentrano in un solo mese.

Un paio di esempi, del tutto astratti, aiutano più di qualunque formula. Immaginiamo una destinazione balneare, chiamiamola semplicemente Alfa, con questa distribuzione mensile di presenze: gennaio 1%, febbraio 1%, marzo 2%, aprile 4%, maggio 6%, giugno 11%, luglio 24%, agosto 32%, settembre 10%, ottobre 5%, novembre 2%, dicembre 2%. Applicando il calcolo appena descritto, il coefficiente di concentrazione si attesta intorno a 0,55. Un valore alto, coerente con quello che ci si aspetterebbe da una località dove praticamente due mesi soli — luglio e agosto — valgono più della metà dell’anno intero. Confrontiamola con una città d’arte, chiamiamola Beta, la cui distribuzione è molto più piatta: da un minimo del 6% a un massimo del 10%, mai un mese sotto o sopra di molto rispetto agli altri undici. Qui il coefficiente scende a circa 0,09. Praticamente nessuna concentrazione. Due numeri. Due storie diverse. E nessuna delle due si sarebbe vista con altrettanta chiarezza guardando solo il rapporto tra il mese migliore e il mese peggiore.

Va detto, per onestà tecnica, che il valore massimo teorico dell’indice non è esattamente uno, quando i mesi considerati sono dodici categorie discrete: se tutte le presenze dell’anno si concentrassero in un unico mese, il calcolo restituirebbe un valore intorno a 0,92. Non 1,00 pieno. Quasi, non del tutto. Un dettaglio che i manuali di statistica spiegano con la matematica delle distribuzioni discrete, e che qui basti segnalare come limite noto, non come difetto nascosto: chi legge questi indici deve sapere che il tetto teorico non coincide con l’unità, altrimenti rischia di interpretare un valore di 0,85 come “quasi moderato” quando, in realtà, è già vicinissimo all’estremo concentrazione possibile per un anno diviso in dodici mesi.

Perché questo indice conta più della semplice quota di bassa stagione

Il vantaggio di un indice di concentrazione, rispetto alla vecchia percentuale di alta o bassa stagione, non è estetico. È operativo. Un amministratore che deve decidere dove investire i fondi limitati di un bando regionale per la destagionalizzazione ha bisogno di sapere, con una certa precisione, quanto la propria distribuzione mensile si discosti dall’equilibrio, e — soprattutto — se un intervento specifico l’ha effettivamente avvicinata a quell’equilibrio oppure no. Un numero unico, calcolato con lo stesso metodo anno dopo anno, permette il confronto nel tempo. Permette il confronto tra territori diversi. Permette, cosa che nessuna percentuale grezza consente con la stessa affidabilità, di scomporre l’effetto di un singolo evento dal rumore di fondo delle oscillazioni climatiche o economiche generali.

Senza un indice del genere, si agisce a sensazione. Letteralmente: si guarda il parcheggio più pieno del solito una domenica di novembre, si conclude che “quest’anno va meglio”, si rifinanzia l’iniziativa per l’anno successivo senza aver mai verificato, con un metodo replicabile, se quella sensazione corrispondesse a un cambiamento reale nella distribuzione annuale delle presenze o fosse semplicemente il weekend più fortunato di una stagione altrimenti identica a quella di sempre. Non è retorica. È, purtroppo, la prassi più diffusa in una quota rilevante di piccoli e medi territori italiani, dove l’ufficio turistico raramente dispone di un data analyst dedicato e il giudizio sull’efficacia di un intervento finisce per appoggiarsi, quasi sempre in buona fede, all’impressione di chi era presente quel giorno.

Perché il numero giusto non basta da solo: il rischio della presenza senza reddito

Presenze, arrivi, passaggi: tre parole che i comunicati stampa confondono volentieri

Costruito bene, l’indice di concentrazione risolve un problema. Non tutti. Perché anche il calcolo più rigoroso, se applicato al dato sbagliato, produce una conclusione sbagliata — solo con maggiore precisione formale, il che è, se possibile, ancora più ingannevole.

Lo dico per esperienza diretta: nel mio lavoro con i consorzi turistici mi è capitato più volte di veder celebrare un indice in miglioramento costruito, senza alcuna malizia, sul dato sbagliato.

Il dato sbagliato più comune, nella pratica di chi valuta interventi di destagionalizzazione, è la confusione tra tre categorie statistiche che la lingua italiana tratta quasi come sinonimi, e che la statistica del turismo distingue con precisione chirurgica. Gli arrivi sono il numero di persone che si registrano in una struttura ricettiva, indipendentemente da quante notti vi restino. Le presenze sono il numero di notti effettivamente trascorse — un arrivo che resta tre notti genera tre presenze, non una. E poi c’è una terza categoria, che non fa parte delle statistiche ufficiali del turismo ma che sempre più territori raccolgono in proprio, con sensori pedonali, contatori di veicoli nei parcheggi, tracciamento anonimo dei dispositivi mobili nelle piazze: i passaggi, o “visitatori”, che non presuppongono alcun pernottamento e possono includere — spesso includono, senza che nessuno lo verifichi — la stessa persona contata più volte nello stesso giorno.

Un evento pensato per la bassa stagione produce, quasi sempre, un incremento vistoso della terza categoria. È la più facile da far crescere: basta attirare gente sul posto per qualche ora, con un mercatino, un concerto, un’illuminazione scenografica. Poco altro. Non richiede che nessuno prenoti una camera. Non richiede che nessuno ceni in un ristorante locale invece di portarsi il panino da casa. Non richiede, men che meno, che la spesa generata resti nel territorio invece di defluire verso un fornitore esterno arrivato con il proprio furgone e ripartito la sera stessa. Eppure è proprio il numero dei passaggi quello che finisce, con maggiore frequenza, nel titolo del comunicato stampa — perché è il più grande, il più facile da far crescere in percentuale, il più fotogenico su un grafico a barre messo in slide durante la conferenza stampa di fine anno. Mi è capitato spesso, rivedendo insieme a un cliente la bozza di un comunicato stampa prima della pubblicazione, di dover chiedere esplicitamente: questo numero, da dove viene, e soprattutto cosa non sta dicendo?

L’impatto economico reale: reddito locale oltre l’affollamento

Qui arriva il punto più delicato dell’intero ragionamento, quello che separa una valutazione seria da una celebrazione autoreferenziale. Un aumento di presenze — vere, verificate, con pernottamento effettivo — in bassa stagione non equivale automaticamente a un aumento di reddito per la comunità locale. Ci si avvicina. Certo. Ma non coincide, e la differenza tra i due concetti è esattamente il punto in cui molte valutazioni di impatto si fermano troppo presto, accontentandosi del dato più facile da reperire invece di rincorrere quello che davvero conta.

Il reddito locale generato da un flusso turistico dipende da almeno tre fattori che l’indice di concentrazione, da solo, non cattura. In alcun modo. Primo: la spesa media per presenza, che varia enormemente a seconda del profilo del visitatore — non è lo stesso se chi pernotta un giorno in più spende centoventi euro tra vitto, alloggio e acquisti locali, oppure se si limita a un caffè e a un panino comprato al supermercato prima di partire da casa. Secondo: la quota di spesa trattenuta localmente, che in molti territori è più bassa di quanto si pensi, perché una parte rilevante dei fornitori di servizi legati a un grande evento — catering, service audio-luci, sicurezza, allestimenti — viene selezionata su bandi che premiano il prezzo più basso, il che spesso significa aziende esterne al territorio, non necessariamente locali. Terzo: i costi pubblici aggiuntivi generati dall’evento stesso — raccolta rifiuti straordinaria, gestione del traffico, sicurezza, pulizia post-evento — che vanno sottratti al beneficio lordo prima di calcolare qualunque bilancio netto, un passaggio che molte relazioni di fine progetto omettono con nonchalance, presentando solo i ricavi e mai i costi indotti.

Qui torna utile, con un’angolazione diversa da quella più scontata, l’insegnamento di Robert Kaplan, l’economista di Harvard che insieme a David Norton elaborò negli anni Novanta il modello della Balanced Scorecard. L’intuizione di fondo di Kaplan non riguardava, in origine, il turismo: riguardava le aziende che, guidate da un unico indicatore finanziario di breve periodo, ottimizzavano quell’indicatore a scapito di tutto il resto — tagliando investimenti in qualità, in formazione, in relazione con il cliente, pur di far quadrare il numero che il consiglio di amministrazione guardava per primo. È lo stesso identico rischio che corre un territorio quando lascia che un unico numero — i passaggi contati da un sensore — diventi il parametro con cui si valuta il successo di un intero investimento pubblico: si finisce, quasi inconsapevolmente, per progettare eventi ottimizzati a produrre quel numero, non a produrre l’effetto economico che quel numero avrebbe dovuto solo rappresentare. Un mercatino pensato per attirare il maggior numero di passanti possibile, con ingresso gratuito, parcheggi gratuiti, percorsi che non passano davanti alle attività commerciali del centro storico ma li aggirano per fluidificare il traffico pedonale, ottimizza esattamente il numero sbagliato — e lo fa, paradossalmente, con grande efficacia.

Il Consorzio Turistico di Roccalinta e l’inverno che sembrava riuscito

Il caso che segue è interamente inventato, costruito apposta per questo articolo: nessun luogo reale, nessun consorzio realmente esistente, nessuna persona in carne e ossa. Roccalinta non esiste. Su nessuna mappa. Serve a mostrare, con un livello di dettaglio che un esempio puramente teorico non potrebbe restituire, come lo stesso identico intervento di destagionalizzazione possa raccontare due storie opposte a seconda del numero scelto per misurarlo.

Il piano e i primi numeri, tutti nella stessa direzione

Roccalinta è, nella nostra ricostruzione, un borgo collinare tra Pistoia e Firenze, milleduecento abitanti, un centro storico ben conservato che vive prevalentemente di turismo escursionistico legato alla vicina area appenninica, con una stagionalità marcata: luglio e agosto valgono da soli quasi il 60% delle presenze annuali. Nel 2023 il Consorzio Turistico locale, con il sostegno di un finanziamento regionale triennale destinato esplicitamente alla destagionalizzazione, lancia “Roccalinta d’Inverno”: un percorso di installazioni luminose tra i vicoli del centro storico, mercatini artigianali nei tre weekend precedenti Natale, un’area food con vin brulè e caldarroste, attivo da fine novembre a metà gennaio.

Prima dell’iniziativa, la distribuzione mensile delle presenze di Roccalinta produce, applicando il metodo descritto in apertura, un coefficiente di concentrazione pari a circa 0,50 — alto, ma non estremo, coerente con un territorio a vocazione escursionistica estiva con una discreta coda autunnale legata alla raccolta funghi e castagne. I tre mesi di bassa stagione considerati — novembre, dicembre, gennaio — pesano insieme circa il 6% del totale annuo di presenze, su un volume complessivo di 92.000 presenze l’anno.

Dopo il primo inverno con l’iniziativa attiva, i numeri sembrano parlare da soli. I sensori pedonali installati ai tre accessi del centro storico — finanziati proprio con il medesimo bando regionale — registrano 39.200 passaggi nei tre mesi target, contro i 14.000 dell’anno precedente nello stesso periodo. Un incremento del 180%. Netto. Incontestabile, sulla carta. Il comunicato stampa esce due giorni dopo la chiusura dell’ultimo mercatino. Il sindaco lo definisce, testualmente, “il segnale più forte mai registrato di una destagionalizzazione riuscita”. La foto di copertina ritrae il centro storico illuminato, gremito, la sera dell’ultimo weekend di dicembre.

Il dettaglio sporco: cosa dicono davvero i sensori e i registratori di cassa

Chiara Donati, trentaquattro anni, analista dati assunta dal Consorzio con un contratto a progetto proprio per preparare la rendicontazione tecnica richiesta dalla Regione ai fini del rinnovo del finanziamento per il secondo triennio, comincia a lavorare sui dati a fine gennaio. Lo fa nell’ufficio sopra il punto informazioni turistiche, una stanza che d’inverno il termosifone scalda male — abbastanza da togliere il freddo pungente, non abbastanza da togliersi il maglione — con davanti, sparsi sulla scrivania, i tabulati dei sensori pedonali, i moduli ISTAT compilati dalle strutture ricettive, e un pacco di scontrini fotocopiati che sette esercenti del centro storico le hanno consegnato su sua richiesta esplicita, controvoglia, perché “tanto i numeri belli li avete già”.

La prima cosa che nota, controllando i log grezzi del sensore all’accesso di via del Cassero, non richiede competenze statistiche avanzate: richiede solo di leggere con attenzione, cosa che nessuno aveva fatto prima. Il bagno pubblico più vicino al mercatino si trova oltre il punto in cui è montato il sensore, in un cortile raggiungibile solo attraversando quel preciso varco. Una famiglia di quattro persone che porta un bambino in bagno due volte durante la serata, attraversando il sensore avanti e indietro ogni volta, genera non quattro passaggi ma dodici, sedici, a seconda di quante volte si ripete la scena. Chiara verifica un campione di controllo con un conteggio manuale su due serate: il fattore di moltiplicazione reale, rispetto a un conteggio per singola persona univoca, oscilla tra 1,6 e 2,1. Non è frode. È un sensore installato senza pensare al layout dei percorsi pedonali attorno a sé — un dettaglio progettuale piccolo, con conseguenze statistiche tutt’altro che piccole.

Le presenze registrate ufficialmente dalle strutture ricettive, quelle vere, quelle con pernottamento, raccontano una storia molto più modesta. Nei tre mesi di bassa stagione, dopo l’iniziativa, le presenze salgono a circa 7.200, contro le 5.520 dell’anno precedente: un incremento reale del 30% circa. Un risultato buono, va detto con chiarezza. Non nullo. Non un fallimento. Un progresso vero, questo sì, che l’indice di concentrazione conferma: il coefficiente scende da 0,50 a circa 0,47, un miglioramento contenuto ma reale nella distribuzione annuale. Tra il 180% sbandierato e lo zero che qualche detrattore avrebbe voluto dimostrare per principio, la verità sta, come quasi sempre, nel mezzo — ma un mezzo molto più vicino allo zero che al 180.

Il colpo definitivo arriva dagli scontrini. Chiara chiede a sette esercenti — due bar, un ristorante, tre negozi di prodotti tipici, un affittacamere — di fornirle il fatturato mensile dei tre mesi target, confrontato con l’anno precedente. Il totale aggregato passa da circa 340.000 a 355.000 euro: un incremento del 4,4%, in pratica assorbito dall’inflazione dell’anno, statisticamente indistinguibile da rumore di fondo. Divide poi la differenza assoluta — 15.000 euro — per il numero di passaggi aggiuntivi registrati dai sensori, al netto della correzione per il doppio conteggio: 25.200 passaggi in più. Il risultato è un numero che resta impresso più di qualunque grafico: sessanta centesimi di spesa aggiuntiva locale per ogni passaggio aggiuntivo registrato. Non sessanta euro. Sessanta centesimi.

C’è un ultimo elemento, quello che a Chiara fa più male da riportare per iscritto, perché coinvolge una scelta amministrativa precedente al suo incarico e non più modificabile a consuntivo: il servizio di ristorazione temporanea del mercatino — l’area food con vin brulè e caldarroste, quella che compare in tutte le foto del comunicato stampa — è stato affidato tramite gara a un catering esterno, con sede a Bologna, selezionato perché offriva il prezzo più basso a parità di capitolato tecnico. Nessuno dei ricavi generati da quei banchi — stimabili, secondo le stesse dichiarazioni del gestore raccolte informalmente da Chiara, in circa 28.000 euro nei tre mesi — è transitato per un solo esercizio commerciale di Roccalinta. È entrato e uscito dal territorio nel giro di poche settimane, lasciando dietro di sé solo i rifiuti da smaltire e i costi di sicurezza da coprire con fondi comunali.

Una seconda lettura, e una decisione da prendere

Chiara consegna il rapporto al direttore del Consorzio un martedì mattina di febbraio, con la stessa cartellina rossa in cui erano arrivati, mesi prima, i primi dati trionfali dei sensori. Il direttore lo legge in silenzio, due volte, senza commentare la prima lettura. Alla seconda, chiede solo: “Questo lo mandiamo alla Regione così com’è?”

Non è una domanda retorica. Il bando che ha finanziato “Roccalinta d’Inverno” prevede un rinnovo automatico del contributo per il secondo triennio, condizionato alla presentazione di una relazione che dimostri “un incremento significativo dei flussi turistici in bassa stagione”. La relazione può essere scritta in due modi, entrambi tecnicamente veri. Il primo modo cita il 180% dei sensori e si ferma lì — non sarebbe nemmeno un dato falso, solo un dato incompleto, presentato senza il contesto che lo ridimensiona. Il secondo modo cita il 30% di presenze reali, il miglioramento contenuto dell’indice di concentrazione, i 60 centesimi di spesa aggiuntiva per passaggio, il dettaglio del catering esterno — un quadro molto meno spettacolare, ma verificabile riga per riga da chiunque volesse controllare.

Chi decide cosa conta come successo, e con quali dati pubblici

La trasparenza dei dati che giustificano un investimento pubblico

Il dilemma di Roccalinta, per quanto fittizio nei nomi e nelle cifre esatte, riproduce una tensione reale che attraversa buona parte della rendicontazione dei fondi pubblici destinati al turismo in Italia. Le pubbliche amministrazioni sono soggette, dal 2013, agli obblighi di trasparenza previsti dal decreto legislativo 33/2013, che impone la pubblicazione dei dati di spesa e, punto spesso trascurato nella prassi applicativa, dei risultati raggiunti rispetto agli obiettivi dichiarati in fase di finanziamento. La norma esiste. Punto. Il problema, quasi mai discusso apertamente, è che nessuno specifica per legge quale indicatore vada usato per dimostrare quel risultato, lasciando ampio margine a chi scrive la relazione di scegliere il numero più favorevole tra quelli disponibili, senza tecnicamente mentire su nulla.

La stessa logica di distinzione tra livelli di misurazione, del resto, è già scritta nei regolamenti europei sui fondi di coesione — il Regolamento UE 2021/1060, per citarne uno rilevante — che distinguono esplicitamente tra indicatori di output (cosa è stato realizzato: un evento organizzato, un sensore installato) e indicatori di risultato (cosa è cambiato per davvero: presenze aggiuntive, spesa locale generata, occupazione creata). Un progetto può centrare perfettamente tutti i suoi indicatori di output — l’evento si è tenuto, i sensori hanno funzionato, i mercatini hanno aperto tutti i weekend previsti — e fallire quasi del tutto sugli indicatori di risultato, quelli che davvero contavano per chi ha stanziato i fondi. La distinzione esiste. Sulla carta. Nella prassi di molti bandi regionali italiani destinati al turismo, viene applicata con rigore assai variabile, e spesso è la stessa amministrazione che eroga il fondo a non richiedere, in modo esplicito e vincolante, la separazione tra le due categorie di dati nella relazione finale.

Chi paga il conto di un indicatore scelto male

C’è una domanda di equità che merita di essere posta senza troppi giri di parole. Se un territorio ottiene il rinnovo di un finanziamento pubblico presentando il dato più favorevole — i passaggi, non le presenze; il lordo, non il netto degli spillover verso fornitori esterni — chi ne paga il conto quando, al triennio successivo, l’assenza di un impatto economico reale diventa evidente anche a chi non ha mai letto un report statistico? Paga, quasi sempre, la fiducia residua dei cittadini nella capacità delle istituzioni locali di spendere bene il denaro pubblico. Paga la credibilità futura di chi propone, in buona fede, il prossimo intervento di destagionalizzazione, costretto a scontare in partenza lo scetticismo accumulato dal precedente. Paga, indirettamente, anche chi in quella cooperativa o in quel consorzio aveva lavorato onestamente, senza responsabilità dirette nella scelta dell’indicatore da comunicare, ma associato comunque, agli occhi della comunità, al risultato deludente emerso più tardi.

Non è un tema che riguarda solo l’onestà individuale di chi scrive un comunicato stampa. Riguarda la progettazione stessa dei bandi pubblici, che dovrebbero — questo sì, con maggiore convinzione di quanta se ne veda oggi in molte Regioni — imporre fin dal capitolato la metodologia di misurazione da adottare, il tipo di dato da raccogliere (presenze certificate, non passaggi stimati), e l’obbligo di una rendicontazione economica minima basata su un campione verificabile di esercizi commerciali locali, e non su numeri aggregati forniti dal solo ente beneficiario del fondo. Un controllo terzo, indipendente, magari affidato agli osservatori regionali del turismo già esistenti in molte Regioni italiane, costerebbe una frazione minima del finanziamento complessivo e restituirebbe una garanzia di attendibilità che oggi, in troppi casi, manca del tutto. Nella mia attività di consulenza per enti pubblici e consorzi, suggerisco quasi sempre di affidare questa verifica a un soggetto esterno al progetto: chi ha contribuito a costruire un intervento fatica, comprensibilmente, a essere il primo a certificarne i limiti.

Cosa resta da misurare, davvero

Roccalinta, va ripetuto un’ultima volta, non esiste. Non davvero. Esiste però, in decine di varianti reali sparse su tutto il territorio italiano, la stessa identica dinamica: un investimento in destagionalizzazione che produce un numero grande e fotogenico, e un numero piccolo e scomodo che quel primo numero tende a nascondere, non per malizia quasi mai, ma per la comodità di guardare il dato più semplice da raccogliere invece di quello più difficile da costruire e più faticoso da comunicare quando i risultati sono modesti.

Un indice di concentrazione mensile, costruito con il rigore del coefficiente di Gini, non risolve da solo il problema. Serve però a fissare un punto di partenza oggettivo, ripetibile anno dopo anno, confrontabile tra territori diversi, immune — o quasi — alla tentazione di raccontare la storia più bella invece di quella più vera. Affiancato a dati di spesa locale reale, raccolti con un minimo di rigore campionario presso gli esercenti, permette esattamente quello che a Roccalinta è mancato per i primi due mesi dopo l’evento: sapere, prima di scrivere il comunicato stampa, quale delle due storie — quella dei passaggi o quella del reddito locale — sia la storia vera.

Punti Chiave per Studenti e Professionisti

  • Un indice di concentrazione mensile costruito sul modello del coefficiente di Gini — non la semplice percentuale di alta o bassa stagione — permette di misurare la stagionalità turistica con una precisione che il rapporto tra mese migliore e mese peggiore non può restituire, distinguendo peraltro, come insegna Richard Butler, tra cause naturali della stagionalità (poco modificabili con il marketing) e cause istituzionalizzate (calendari, ferie, abitudini collettive), che richiedono leve di intervento molto diverse tra loro.
  • Un aumento di passaggi, visitatori o presenze grezze in bassa stagione non equivale automaticamente a un aumento di reddito per la comunità locale: la spesa media per visitatore, la quota di spesa trattenuta localmente invece di defluire verso fornitori esterni, e i costi pubblici aggiuntivi generati dall’evento vanno sempre verificati con dati di spesa reale, non stimati per estrapolazione da un unico indicatore di affollamento.
  • La trasparenza nella scelta dell’indicatore usato per giustificare un investimento pubblico in destagionalizzazione non è un dettaglio tecnico da statistici: è una responsabilità amministrativa diretta, che i bandi pubblici dovrebbero disciplinare a monte imponendo metodologie di misurazione precise, per evitare che la scelta del dato più favorevole diventi, nella prassi, una scorciatoia sistematica verso il rinnovo di un finanziamento.

Chi gestisce oggi un consorzio turistico, un ufficio marketing territoriale o una destination management organization saprebbe rispondere, con lo stesso livello di dettaglio richiesto a Chiara Donati in quella cartellina rossa, a una domanda semplice: l’ultimo rapporto sulla destagionalizzazione del proprio territorio, quello presentato in giunta o allegato alla richiesta di rinnovo di un fondo regionale, si basa su presenze certificate e dati di spesa locale verificati, oppure sul numero più grande che i sensori avevano a disposizione quel giorno?

Autore

Leonardo Villella — consulente aziendale indipendente e formatore. Affianca PMI, strutture ricettive, agenzie formative e ITS Academy su marketing territoriale, marketing turistico, intelligenza artificiale applicata al turismo, neuromarketing, gestione dei conflitti e negoziazione. Da 15 anni progetta ed eroga corsi di formazione per aziende, agenzie formative e scuole. Opera principalmente in Toscana (Pisa, Lucca, Livorno, Pistoia, Firenze, Siena, Massa Carrara).

· LinkedIn