«Quando avrò la promozione sarò felice». «Se vincessi alla lotteria cambierebbe tutto». Sono frasi che diciamo senza dubitare. Mai. La ricerca sulla felicità, che va avanti da decenni, le tratta con molta più cautela.
Qui «felicità» ha un significato preciso: è il benessere soggettivo, cioè quanto una persona si dichiara soddisfatta della propria vita e quante emozioni piacevoli prova nei giorni normali. Così lo misurano gli studi che citiamo. Abbiamo tenuto soltanto ricerche di cui siamo riusciti a verificare autore, anno e rivista. Quello che non abbiamo potuto controllare è rimasto fuori. Zero eccezioni.
Le relazioni: il dato che regge di più
Lo Harvard Study of Adult Development è partito nel 1938 e segue ancora oggi i partecipanti e i loro familiari. Il gruppo iniziale contava 724 persone: 268 studenti di Harvard (il Grant Study) e 456 ragazzi dei quartieri poveri di Boston (il Glueck Study). Gli attuali direttori, Robert Waldinger e Marc Schulz, hanno raccolto i risultati nel libro The Good Life (2023).
La conclusione che riportano è semplice: la qualità delle relazioni a cinquant’anni predice la salute e il benessere a ottanta.
Due cautele. Servono. Lo studio è osservazionale, quindi mostra un’associazione e non una causa. I partecipanti originari, poi, erano soltanto uomini. Resta uno dei dati più solidi che abbiamo, perché copre una vita intera e non un’intervista. Non è poco.
Mito 1: «Un grande evento mi cambierà la vita»
Nel 1978 Philip Brickman, Dan Coates e Ronnie Janoff-Bulman pubblicarono sul Journal of Personality and Social Psychology lo studio «Lottery winners and accident victims: is happiness relative?». Intervistarono 22 vincitori di una lotteria statale dell’Illinois, ciascuno con almeno 50.000 dollari vinti nell’ultimo anno, e dei controlli. La felicità attuale dei vincitori fu 4,00 contro 3,82 dei controlli: una differenza minima. Da lì nasce l’idea di adattamento edonico.
Lo studio è però piccolo e vecchio di quasi cinquant’anni. Quello che si ricorda meno è la parte sulle persone con paralisi: nello stesso lavoro risultarono meno soddisfatte della vita attuale (2,96 contro 4,00 dei vincitori). Ricerche più recenti, come quella di Richard Lucas del 2007 su dati longitudinali di Germania e Gran Bretagna, mostrano che davanti a una disabilità grave l’adattamento non è completo: il benessere resta in media più basso.
Il mito, quindi, è doppio. Anzi: sono due miti. Non è vero che un evento bello risolva tutto. Non è vero nemmeno che ci si abitui a qualsiasi cosa. Falso anche questo.
Mito 2: «Oltre i 75.000 dollari i soldi non contano più»
Nel 2010 Daniel Kahneman e Angus Deaton, su PNAS, trovarono che il benessere emotivo smetteva di crescere oltre circa 75.000 dollari l’anno. Nel 2021 Matthew Killingsworth, sulla stessa rivista, trovò il contrario: continua a salire.
Due studiosi in disaccordo hanno deciso di collaborare. Nel 2023 Killingsworth, Kahneman e Barbara Mellers pubblicarono su PNAS «Income and emotional well-being: a conflict resolved». Il risultato: il piatto esiste, ma riguarda soltanto il 20% di persone meno felici, per le quali il benessere smette di salire intorno ai 100.000 dollari. Per tutti gli altri continua a crescere con il reddito. Semplice.
I dati riguardano adulti statunitensi e non dicono che il denaro faccia la felicità. Dicono che «i soldi non servono dopo una certa cifra» è una frase troppo semplice per essere vera. Troppo comoda.
La mente che vaga
Nel 2010 Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert pubblicarono su Science «A wandering mind is an unhappy mind». Un’applicazione per smartphone contattava 2.250 adulti a intervalli casuali: come stai, che cosa fai, a che cosa stai pensando. Tre domande, in qualunque momento. Quasi la metà delle volte la mente era altrove rispetto a ciò che la persona stava facendo, e in quei momenti la felicità dichiarata era più bassa. Il calo c’era anche con pensieri neutri ed era più forte con quelli sgradevoli.
L’analisi dei tempi suggerisce che il vagare della mente precede il calo di umore più spesso di quanto lo segua. Non dimostra che pensare ad altro sia sempre dannoso: pianificare e ricordare servono. Non sempre, quindi. Dice che passiamo molto tempo altrove, e che spesso non è un posto piacevole.
Cosa non sappiamo, e cosa farne
La felicità non è un obbligo. E sentirsi tristi per un periodo non è una colpa. Non è nemmeno un punteggio da massimizzare. Non è una gara. Un lutto, una separazione, un anno difficile abbassano il benessere come è giusto che sia.
Se il basso umore dura da più di due settimane quasi ogni giorno, se hai perso interesse per ciò che ti piaceva, o se hai pensieri di farti del male, non serve un’abitudine. Serve parlarne con il medico di base o con uno psicologo, e in un’emergenza chiamare il 112. Questo articolo racconta ricerche, non è una consulenza clinica.
Se vuoi un punto di partenza pratico, abbiamo raccolto quello che ha dati migliori in abitudini per essere più felici: quali reggono alla ricerca. E per un’istantanea della tua autostima c’è il test dell’autostima VSET a 12 domande.
Domande frequenti
La felicità si può misurare davvero?
Si misura con autovalutazioni: scale di soddisfazione per la vita, oppure domande poste a caso durante la giornata, come nello studio di Killingsworth e Gilbert. Sono misure soggettive, utili per confrontare gruppi e andamenti, meno per giudicare una singola persona.
Quanto contano i geni rispetto a ciò che scegliamo di fare?
Una parte ereditaria esiste, ma le percentuali precise che circolano online, come la famosa «torta» 50-10-40 attribuita a Sonja Lyubomirsky, sono molto discusse. Noi non la usiamo, perché non siamo riusciti a verificarla nella forma in cui circola.
Quindi che cosa può fare una persona oggi?
Investire nelle poche relazioni che contano, guardare i soldi con meno mitologia e provare con metodo piccole pratiche, misurando i risultati. Il resto è nell’articolo sull’intelligenza emotiva, se vuoi allenare la parte che riguarda le emozioni.
Se dovessi scommettere sul prossimo anno, punteresti sul prossimo traguardo o sulle tre persone che ti chiamano quando sta andando male?