Un sentiero, quaranta soci, e la domanda che nessuno vuole porsi ad alta voce

Diciotto chilometri di tracciato, tre crinali, un rifugio a milleduecento metri e quaranta soci che si sono messi d’accordo — o meglio: che hanno provato a mettersi d’accordo, il che non è affatto la stessa cosa — su chi taglia l’erba, chi ridipinge la segnaletica dopo l’inverno, chi risponde al telefono se un escursionista si perde perché un cartello è caduto e nessuno lo ha rimesso in piedi. Sembrano dettagli minori. Non lo sono.

Chi si occupa di marketing territoriale da un po’ di anni — e chi scrive lo fa da venticinque, prevalentemente in Toscana, tra Pisa, Lucca, la Garfagnana, l’Appennino pistoiese — impara presto una cosa che nei manuali di destination management viene spesso liquidata in due righe: la domanda più importante non è cosa promuovere di un territorio. È chi decide cosa promuovere, con quali regole, e cosa succede quando qualcuno quelle regole le infrange. Il resto — il sito web, i social, la brochure patinata — arriva dopo. Molto dopo.

Esistono, semplificando ma non troppo, due famiglie di risposta a questa domanda. La prima arriva dall’alto: un ente pubblico regionale, un comune capofila, talvolta un fondo di investimento o una catena alberghiera che compra terreno e prestigio insieme, decide il posizionamento del territorio e lo attua con logiche in larga parte proprie, coinvolgendo la comunità locale come pubblico da informare più che come soggetto da consultare. La seconda nasce dal basso: gli operatori economici del territorio — agriturismi, guide, piccoli produttori, gestori di rifugi — si organizzano tra loro, con strumenti giuridici precisi (la rete d’impresa, la cooperativa di comunità) per governare insieme una risorsa turistica che nessuno, da solo, potrebbe valorizzare altrettanto bene.

Le due strade non sono equivalenti. Non sono nemmeno sempre alternative pulite: spesso convivono, si intrecciano, litigano. Ma la letteratura che studia i beni comuni — un campo di ricerca che ha prodotto, nel 2009, il primo Premio Nobel per l’economia assegnato a una donna, l’americana Elinor Ostrom — ci consegna uno strumentario piuttosto affilato per capire quando l’autogoverno collettivo tiene, e quando invece si sfalda al primo urto. Questo articolo prova a usarlo, senza girarci troppo intorno, e senza nascondere che il modello dal basso ha crepe tanto quanto il modello calato dall’alto ne ha.

Partiamo da un punto fermo. Un sentiero escursionistico, un rifugio condiviso, un marchio collettivo che certifica la qualità di un’area — tutte queste cose sono, in senso tecnico, beni comuni: risorse da cui è difficile escludere chi non paga (un sentiero non ha tornelli) ma il cui uso eccessivo o scorretto da parte di alcuni degrada il valore per tutti gli altri. Gestirle bene, insieme, senza né un padrone unico né l’anarchia del tutti-contro-tutti, è un problema antico quanto i pascoli comunali medievali. Ostrom ha passato una carriera a dimostrare che esiste una terza via tra lo Stato che regola dall’alto e il mercato che privatizza. Vediamo come funziona, applicata non ai pascoli, ma ai sentieri e ai marchi turistici del ventunesimo secolo.

Reti, cooperative, capitale sociale: gli strumenti teorici per capire l’autogoverno

Due forme giuridiche, un bisogno comune

Prima di arrivare alla teoria pura, vale la pena chiarire di cosa parliamo quando diciamo “governance turistica dal basso”, perché in Italia esistono almeno due strumenti giuridici concreti che la rendono operativa, e vengono confusi con una frequenza sorprendente anche da chi li usa ogni giorno.

Il contratto di rete, introdotto dal decreto legge 5/2009 e poi consolidato nella legge di conversione 33/2009, permette a imprese giuridicamente autonome — un albergo, un’agenzia di guide, un piccolo caseificio — di vincolarsi reciprocamente a un programma comune di collaborazione, senza fondersi, senza perdere identità né partita IVA. Una rete può avere un fondo patrimoniale comune, un organo comune che la rappresenta, obiettivi misurabili di crescita condivisa. È uno strumento flessibile, pensato in origine per il manifatturiero, adottato negli ultimi quindici anni con crescente frequenza anche dal turismo per aggregare filiere frammentate: ricettività, agricoltura, artigianato, servizi escursionistici, ciascuno mantenendo la propria autonomia imprenditoriale ma condividendo marchio, promozione, talvolta prezzi.

La cooperativa di comunità è cosa diversa, più radicale nella sua impostazione. In Italia ha ricevuto finalmente una disciplina organica con la legge 106 del 2023, dopo anni in cui esisteva soprattutto come prassi diffusa in alcune regioni (il Trentino, l’Emilia-Romagna, alcune aree dell’Appennino) senza una cornice normativa nazionale dedicata. È una cooperativa — quindi soggetta ai principi mutualistici del diritto cooperativo italiano, voto capitario, scopo non meramente lucrativo — il cui oggetto sociale coincide con la gestione di beni e servizi di interesse generale per una comunità territoriale definita: un negozio di paese rimasto senza gestore, un servizio di trasporto scolastico in un’area a rischio spopolamento, e sempre più spesso, un bene turistico condiviso — un sentiero, un rifugio, un punto informazioni, un marchio collettivo di qualità.

La differenza pratica, per chi deve scegliere tra le due forme, non è cosmetica. Una rete d’impresa resta uno strumento tra imprenditori, pensato per far crescere il fatturato dei singoli aderenti attraverso la collaborazione. Una cooperativa di comunità ha, per statuto, un orizzonte più ampio: include spesso anche residenti non imprenditori, enti locali, associazioni, e risponde a una logica mutualistica che antepone (almeno sulla carta, e qui il “sulla carta” pesa) l’interesse della comunità a quello del singolo socio. Nella pratica quotidiana, molti territori usano entrambe le forme insieme, a strati: una cooperativa di comunità che gestisce il bene fisico — il sentiero, il rifugio — e una rete d’impresa più ampia che ne fa la promozione commerciale verso l’esterno, coinvolgendo anche operatori che della cooperativa non fanno parte.

Ostrom: le regole che tengono in piedi un bene comune senza un padrone

Elinor Ostrom pubblica nel 1990 Governing the Commons, un libro che demolisce — con dati empirici raccolti in decenni di studio su pascoli svizzeri, sistemi di irrigazione filippini, foreste comunitarie giapponesi — un’idea che fino ad allora sembrava quasi indiscutibile: che i beni comuni, lasciati alla libera iniziativa dei loro utilizzatori, finiscano inevitabilmente in una “tragedia” da sovrasfruttamento, e che l’unica soluzione sia lo Stato che regola oppure il mercato che privatizza e recinta. Ostrom mostra, casi alla mano, che esiste una terza strada, praticata da secoli in decine di comunità reali: gli stessi utilizzatori della risorsa possono autogovernarla con successo, a patto che rispettino alcuni principi ricorrenti.

Non è un elenco lungo, ma è denso. Confini chiari — chi è dentro e chi è fuori dal sistema di regole, e quale porzione di territorio o risorsa è oggetto dell’accordo, deve essere definito senza ambiguità. Regole coerenti con le condizioni locali — un protocollo pensato per un sentiero alpino non funziona identico su un tratturo collinare, e chi copia meccanicamente regole altrui spesso lo scopre a proprie spese. Meccanismi di scelta collettiva — chi usa la risorsa deve poter partecipare, almeno in parte, alla modifica delle regole che la governano, altrimenti la legittimità si sgretola in fretta. Monitoraggio — qualcuno deve controllare che le regole vengano rispettate, e quel qualcuno funziona meglio se è un pari, un altro utilizzatore, non un ispettore esterno pagato per non fidarsi di nessuno. Sanzioni graduali — non si espelle al primo errore: si comincia con un richiamo, si sale di intensità solo se la violazione si ripete. Meccanismi di risoluzione dei conflitti, economici e rapidi. Riconoscimento minimo del diritto di auto-organizzarsi da parte delle autorità esterne. E infine, per i sistemi più grandi e complessi, la governance policentrica: più livelli di organizzazione, annidati l’uno nell’altro — il gruppo locale, il consorzio di gruppi locali, l’ente regionale — ciascuno con la propria autonomia decisionale su questioni di propria pertinenza.

Ostrom non scriveva di turismo. Va detto con chiarezza, per non attribuirle cose che non ha mai affermato esplicitamente. Ma il suo impianto teorico si applica al turismo territoriale con un’aderenza che sorprende chi lo legge per la prima volta pensando a un sentiero, a un rifugio condiviso, a un marchio collettivo che certifica la qualità di un’area. Sono tutte risorse da cui è difficile escludere il free rider — chiunque può camminare sul sentiero senza contribuire alla sua manutenzione — e il cui degrado, se qualcuno se ne approfitta senza rispettare le regole condivise, ricade su tutti gli altri utilizzatori. Esattamente il problema che Ostrom ha passato una vita a studiare.

Putnam e il capitale sociale: perché in alcuni posti l’autogoverno nasce facile, e altrove no

Robert Putnam, politologo americano di Harvard, arriva a una conclusione affine partendo da un’angolazione diversa. Nel suo studio del 1993, Making Democracy Work, condotto insieme a colleghi italiani su un ventennio di dati raccolti dopo la riforma regionale del 1970, confronta le performance amministrative delle regioni italiane e trova una correlazione robusta, difficile da liquidare come coincidenza: le regioni con una tradizione più densa di associazionismo civico — cooperative, società di mutuo soccorso, cori, circoli ricreativi, spesso risalenti a secoli prima — sviluppano governi regionali più efficienti, più trasparenti, più capaci di collaborare con la cittadinanza. Le regioni con una tradizione civica più debole, storicamente segnata da rapporti verticali e clientelari, faticano a replicare lo stesso risultato anche quando ricevono le identiche competenze istituzionali sulla carta.

Putnam chiama questo tessuto di relazioni, fiducia reciproca e norme di reciprocità capitale sociale, e lo tratta come una risorsa produttiva a tutti gli effetti — non meno del capitale finanziario o di quello umano, semplicemente più difficile da misurare e, soprattutto, molto più lenta a costruirsi. Nel suo lavoro successivo, Bowling Alone (2000), incentrato sul declino dell’associazionismo negli Stati Uniti, distingue tra capitale sociale bonding — quello che lega tra loro persone simili, già vicine, come i membri di una stessa famiglia allargata o di una stessa parrocchia — e capitale sociale bridging, quello che connette gruppi diversi, altrimenti separati, creando ponti tra mondi che normalmente non si parlerebbero.

Applicato a una cooperativa di comunità turistica, il framework di Putnam spiega un fenomeno che chi fa consulenza territoriale osserva con una regolarità quasi imbarazzante: due paesi apparentemente simili per dimensione, economia, patrimonio paesaggistico, possono avere destini opposti nella capacità di attivare un progetto collettivo. Nel primo, dove esiste già una banda musicale attiva da ottant’anni, una filodrammatica, una società di mutuo soccorso mai sciolta, trovare quaranta persone disposte a fondare una cooperativa e a rispettarne le regole richiede mesi, non anni. Nel secondo, dove il tessuto associativo si è sfilacciato — spopolamento, emigrazione, sfiducia reciproca accumulata in decenni — lo stesso identico progetto, con lo stesso identico bene comune da gestire, può arenarsi per anni in riunioni che non producono nulla, o produrre una cooperativa sulla carta che nella pratica quotidiana nessuno fa davvero funzionare. Il capitale sociale non si decreta con uno statuto notarile. Si eredita, in parte. Il resto si costruisce, con pazienza, un anno alla volta — ed è la parte che nessun consulente esterno può fare al posto della comunità.

Dove il modello dal basso si incrina: analisi critica e sfide reali

Il problema del free rider nei beni comuni turistici

Il primo nemico interno di qualunque cooperativa di comunità o rete d’impresa turistica non arriva da fuori. Arriva da dentro, e ha un nome preciso: il free riding, il comportamento di chi beneficia di una risorsa collettiva senza contribuire proporzionalmente al suo mantenimento.

Nel turismo territoriale questo problema assume forme particolarmente insidiose, perché molti dei benefici generati da una rete o da una cooperativa sono per loro natura non escludibili. Un albergo che non ha mai versato un euro al consorzio locale beneficia comunque della reputazione costruita dal marchio collettivo, dei flussi generati dalla promozione pagata da altri, della segnaletica mantenuta con il lavoro volontario dei soci più attivi. Chi partecipa meno — in tempo, in denaro, in impegno — spesso guadagna quasi quanto chi si è speso di più. Non sempre lo fa in mala fede: a volte è semplice pigrizia organizzativa, a volte calcolo economico spicciolo, a volte — questo va detto — legittima scarsità di risorse da parte di un piccolo operatore che davvero non può permettersi la stessa quota di un albergo più grande.

Il rischio, se il free riding non viene contenuto, è a cascata: chi si impegna di più osserva chi si impegna di meno godere degli stessi vantaggi, matura risentimento, riduce a propria volta l’impegno l’anno successivo. Una spirale verso il basso che la letteratura sui beni comuni conosce da tempo, e che Ostrom individua come la ragione principale per cui molti tentativi di autogoverno collettivo falliscono nei primi anni di vita, prima ancora di avere la possibilità di consolidarsi. Il monitoraggio tra pari e le sanzioni graduali — di cui parleremo nel dettaglio nel caso che segue — non sono un vezzo burocratico. Sono l’argine specifico contro questa spirale, l’unico che la ricerca empirica mostra funzionare con una certa costanza nel tempo.

Il modello calato dall’alto: più veloce, meno radicato

Sarebbe disonesto, a questo punto, presentare il modello dal basso come intrinsecamente superiore in ogni circostanza. Non lo è. Ha vantaggi reali, ma anche costi che spesso vengono sottovalutati da chi lo propone con entusiasmo un po’ ideologico.

I modelli calati dall’alto — un piano regionale di destination management, un grande investitore che acquista e ristruttura un intero borgo, una catena alberghiera internazionale che apre una struttura flagship in un’area rurale — hanno un vantaggio innegabile: la velocità di esecuzione. Un fondo di investimento con capitali propri non deve convocare quaranta assemblee per decidere il colore della segnaletica. Decide, investe, esegue. Porta capitali che il territorio, da solo, spesso non avrebbe mai potuto mobilitare. Porta competenze manageriali consolidate, capacità di marketing su scala internazionale, accesso a canali distributivi che una piccola cooperativa locale non raggiungerebbe mai in tempi ragionevoli.

Il costo, speculare, è la legittimità. Un piano deciso altrove, anche quando tecnicamente ben congegnato, rischia di scontrarsi con una comunità locale che non lo sente proprio, che non ne condivide gli obiettivi, che al primo attrito smette di collaborare o — peggio — comincia a sabotare passivamente ciò che percepisce come imposto. C’è poi il tema, meno discusso ma reale, della fuoriuscita di valore: un investitore esterno che genera profitto in un territorio spesso lo reinveste altrove, o lo distribuisce ad azionisti lontani, lasciando sul territorio salari e un indotto, certo, ma non necessariamente quella quota di valore aggiunto che una governance locale — cooperativa o di rete — tenderebbe invece a trattenere e ricircolare in loco.

La governance policentrica di cui parla Ostrom suggerisce, a questo punto, una via di mezzo che nella pratica funziona meglio degli estremi puri: livelli annidati di governo, dove la cooperativa locale gestisce il bene di prossimità — il sentiero, il rifugio, il piccolo marchio di qualità — mentre un livello superiore, magari una destination management organization regionale, coordina la promozione su mercati più ampi, negozia con i grandi tour operator, gestisce l’interfaccia con le istituzioni pubbliche. Nessuno dei due livelli sostituisce l’altro. Ciascuno fa ciò che sa fare meglio. È un equilibrio delicato da costruire, e non sempre riesce al primo tentativo — non è raro vedere DMO regionali che finiscono per schiacciare l’autonomia locale, o cooperative locali così gelose della propria autonomia da rifiutare qualunque coordinamento superiore, autoescludendosi dai grandi flussi di mercato che da sole non potrebbero mai intercettare.

La lentezza come costo, non solo come garanzia di legittimità

C’è un ultimo elemento critico che merita di essere detto senza girarci troppo intorno, perché la retorica sulla governance dal basso tende a ometterlo con una certa sistematicità: decidere insieme costa tempo, e il tempo, nel turismo, è spesso la risorsa più scarsa di tutte.

Un’assemblea di quaranta soci che deve approvare una modifica al regolamento interno può richiedere settimane di convocazioni, mediazioni, compromessi — mentre una finestra di mercato, magari legata a un evento stagionale o a un trend emergente sui social, si chiude in pochi giorni. Chi gestisce una cooperativa di comunità impara presto a distinguere le decisioni che richiedono davvero il coinvolgimento collettivo da quelle che possono essere delegate, con fiducia, a un organo esecutivo più snello. Confondere le due categorie — sottoporre ogni minima scelta operativa al vaglio assembleare — è uno degli errori più frequenti nelle cooperative giovani, e uno dei motivi per cui, dopo l’entusiasmo iniziale, molti soci finiscono per disertare le riunioni, lasciando il peso decisionale a un piccolo nucleo sempre più ristretto. Un esito paradossale: una struttura nata per essere orizzontale che, per stanchezza collettiva, ripiega su una gestione di fatto verticale, gestita da chi resta.

La Cooperativa di Comunità “Le Balze”: un caso costruito a tavolino, con un dettaglio sporco

Come nasce la cooperativa, e cosa gestisce davvero

Il caso che segue è inventato di sana pianta, per essere chiari fin dalla prima riga: nomi, luogo, cifre, persino il nome del sentiero sono di fantasia. Nessuna cooperativa reale, nessun rifugio esistente, nessun socio in carne e ossa. Serve a illustrare un meccanismo — quello del free riding sul marchio collettivo e della sua correzione tramite monitoraggio tra pari — non a raccontare un fatto di cronaca realmente accaduto, e chi vi riconoscesse somiglianze con situazioni note sappia che si tratta di pura coincidenza dovuta alla ricorrenza strutturale del fenomeno, non a un riferimento nascosto.

Siamo in un tratto collinare dell’entroterra toscano — chiamiamolo, senza pretese di realismo geografico, il comprensorio delle Balze — dove trentaquattro soci, tra piccoli agriturismi, un rifugio di quota, guide escursionistiche autonome, un caseificio a conduzione familiare e alcuni residenti privi di attività economica ma legati al territorio per storia personale, fondano nel 2019 la Cooperativa di Comunità Le Balze. L’oggetto sociale è preciso: gestire il Sentiero dei Tre Crinali, diciotto chilometri di tracciato che attraversano tre comuni diversi, e il Rifugio Cima Rossa, un piccolo punto tappa a milleduecento metri capace di ospitare fino a sedici escursionisti per notte.

La cooperativa registra un marchio collettivo — “Le Balze Autentiche” — che i soci possono apporre su prodotti, servizi, materiali promozionali, a condizione di rispettare un disciplinare interno approvato in assemblea: standard igienici minimi per la ristorazione, orari di apertura pubblicati e rispettati per il rifugio, una turnazione obbligatoria per la manutenzione del sentiero (un weekend a socio, quattro volte l’anno), e un protocollo di accoglienza condiviso che include, tra le altre cose, l’obbligo di segnalare tempestivamente eventuali danni alla segnaletica riscontrati durante le proprie escursioni professionali. Nulla di complicato sulla carta. La difficoltà, come sempre, arriva nell’applicazione quotidiana, quando la teoria del disciplinare incontra la pratica di trentaquattro persone diverse con priorità, carichi di lavoro e sensibilità diverse.

I primi due anni vanno bene, meglio delle aspettative iniziali di molti soci scettici. Il marchio comincia a comparire nelle recensioni online come elemento distintivo positivo — “fa parte del circuito Le Balze Autentiche, garanzia di qualità” scrive un turista su una piattaforma di recensioni, e la frase viene ricondivisa con orgoglio nel gruppo WhatsApp interno della cooperativa. Le prenotazioni del rifugio crescono. Gli agriturismi aderenti registrano un incremento medio di presenze che il consiglio direttivo, con qualche ottimismo forse eccessivo, attribuisce quasi interamente al marchio collettivo.

Il dettaglio sporco: un socio, una scorciatoia, un marchio usato a metà

Tra i soci fondatori figura Renzo Calvani, gestore dell’Agriturismo La Quercia Vecchia, sei camere e una sala da pranzo per ventidue coperti, situato a metà del tracciato, punto di sosta quasi obbligato per chi percorre il sentiero in due tappe. Renzo è tra i soci più esposti mediaticamente: il suo agriturismo compare spesso nelle foto promozionali della cooperativa, il logo “Le Balze Autentiche” campeggia sulla sua insegna, sul menu, sul sito web personale.

Quello che gli altri soci non sanno — per almeno diciotto mesi, un tempo lungo se ci si pensa, abbastanza lungo da far radicare l’abitudine — è che Renzo, sotto pressione di costi crescenti e di un turnover di personale che gli ha lasciato in cucina solo un aiutante part-time, ha progressivamente smesso di rispettare porzioni di disciplinare che gli altri considerano non negoziabili. Salta due turni di manutenzione del sentiero su tre, giustificandosi ogni volta con impegni di lavoro genuini, per carità, ma ripetuti fino a diventare un pattern riconoscibile. Sul menu continua a scrivere “prodotti a chilometro zero, circuito Le Balze Autentiche” mentre, per contenere i costi, ha sostituito buona parte delle materie prime locali con forniture più economiche acquistate da un grossista regionale — una scelta che, presa isolatamente, potrebbe persino essere comprensibile in un momento di difficoltà, ma che viola in modo diretto il punto quattro del disciplinare, quello sulla tracciabilità delle filiere.

Il colpo di grazia arriva da un episodio banale, quasi involontario. Una coppia di escursionisti da Milano, prenotata per una notte al rifugio e una cena a La Quercia Vecchia come parte di un pacchetto promosso dalla cooperativa, trova il rifugio chiuso all’orario pubblicato — Renzo, quel weekend, aveva concordato con il custode del rifugio (anche lui socio, ma meno attento del previsto) una chiusura anticipata mai comunicata al circuito prenotazioni centrale — e arriva a cena, più tardi, trovando un pasto che definiscono, testualmente nella recensione pubblicata due giorni dopo su una piattaforma di recensioni molto frequentata, “surgelato riscaldato, spacciato per prodotto locale, con il marchio Le Balze Autentiche bene in vista sul menu come garanzia di qualità che qui, semplicemente, non c’è”.

La recensione, una sola stella su cinque, viene ripresa in un gruppo Facebook locale dedicato al turismo escursionistico della zona, con un tag diretto alla pagina Instagram della cooperativa. Nell’arco di quarantotto ore, altri due soci della cooperativa — un agriturismo e una guida escursionistica, entrambi geograficamente distanti dal punto contestato e del tutto estranei ai fatti — registrano un totale di sei cancellazioni di prenotazione, motivate esplicitamente dagli stessi clienti con frasi come “abbiamo letto cosa succede nel vostro circuito, meglio annullare”.

La presidente della cooperativa, Marta Fioretti, gestisce un piccolo B&B a monte del sentiero e non ha alcun rapporto diretto con l’episodio contestato. Legge la recensione una sera, tardi, al tavolo di cucina, con il caffè ormai freddo davanti. Le mani, racconterà più tardi in assemblea, le tremavano leggermente scorrendo i commenti sotto il post — non per la singola recensione in sé, quanto per la velocità con cui si stava propagando, e per la consapevolezza fisica, quasi uno spasmo allo stomaco, di quanti anni di lavoro collettivo un singolo episodio del genere potesse compromettere in pochi giorni. Non dorme quella notte. Alle sette del mattino successivo convoca, con un messaggio breve e diretto nel gruppo dirigenti, un’assemblea straordinaria entro settantadue ore.

La reazione: monitoraggio tra pari e sanzioni a gradini, non l’espulsione sommaria

L’assemblea si tiene un martedì sera, nel salone comunale prestato per l’occasione. Ventinove soci su trentaquattro sono presenti, un numero alto per gli standard della cooperativa, segno di quanto la vicenda avesse già circolato prima ancora della convocazione ufficiale. Renzo è presente, seduto in fondo alla sala, il volto teso, le braccia conserte in un atteggiamento che oscilla visibilmente tra la difesa e l’imbarazzo.

Qui il disciplinare interno della cooperativa — redatto tre anni prima, con l’aiuto di un consulente esterno che aveva insistito, non senza qualche resistenza iniziale da parte dei soci fondatori convinti che “tra di noi ci si fida e basta”, perché fosse messo per iscritto un sistema di sanzioni graduali — mostra il proprio valore. Non esiste, nel regolamento, la possibilità di espellere un socio al primo episodio contestato, per quanto grave: è prevista una sequenza precisa, in tre passaggi, esattamente il tipo di meccanismo che Ostrom individua come tratto distintivo dei sistemi di autogoverno duraturi.

Primo passaggio: richiamo formale scritto, con l’indicazione puntuale delle violazioni riscontrate e un termine di trenta giorni per la messa in regola verificabile. Secondo passaggio, attivabile solo in caso di recidiva o di mancata correzione: sospensione temporanea dell’uso del marchio collettivo, per un periodo minimo di sessanta giorni, con comunicazione pubblica ai soci (non ai clienti esterni, per non aggravare ulteriormente il danno reputazionale già in corso) del provvedimento e delle sue motivazioni. Terzo passaggio, l’ultima ratio: espulsione dalla cooperativa con perdita definitiva di ogni diritto sul marchio e sulla partecipazione decisionale, riservata ai casi di violazione grave e reiterata dopo che i primi due passaggi si siano già dimostrati inefficaci.

L’assemblea, dopo tre ore di discussione tesa — una discussione in cui si alternano momenti di silenzio pesante, qualcuno che alza la voce, il rumore di una sedia spinta indietro con più forza del necessario durante un botta e risposta acceso tra Renzo e un altro socio storico — vota per l’applicazione del primo passaggio, aggravato però da una misura accessoria che il regolamento consente in casi di questo tipo: un audit interno immediato, condotto non da un ispettore esterno ma da due soci eletti a rotazione tra i membri del consiglio, con il compito di verificare, nell’arco di due settimane, l’effettiva provenienza delle materie prime utilizzate da tutti gli aderenti al circuito ristorazione, non solo da Renzo — una scelta di equità interna che l’assemblea giudica necessaria per non trasformare il caso in una caccia alle streghe rivolta a un unico socio, quando il rischio di scivolamento dagli standard concordati riguarda, in potenza, chiunque nella cooperativa.

Il meccanismo del monitoraggio tra pari — soci che controllano altri soci, non un funzionario esterno pagato per farlo — funziona qui esattamente come la teoria di Ostrom prevede che debba funzionare: costa meno di un sistema di ispezione professionale che la cooperativa, con il suo bilancio modesto, non potrebbe permettersi su base regolare, e gode di una legittimità interna che un controllore esterno non avrebbe mai potuto costruire nello stesso modo, perché i soci che verificano conoscono il territorio, conoscono le difficoltà reali di chi gestisce un piccolo agriturismo con personale ridotto, e possono calibrare il giudizio con un’attenzione ai dettagli che un ispettore di passaggio non avrebbe.

Renzo accetta il richiamo, corregge entro i trenta giorni concordati la fornitura delle materie prime — tornando, sia pure con qualche mugugno sui margini economici più stretti, a un fornitore locale certificato dal disciplinare — e riprende, dal mese successivo, la turnazione di manutenzione del sentiero. La cooperativa, dal canto suo, pubblica una risposta pubblica alla recensione originale, firmata dalla presidente, con toni non difensivi ma di assunzione di responsabilità collettiva: riconosce l’episodio, descrive senza abbellimenti le misure correttive adottate, offre alla coppia di Milano un buono per un futuro soggiorno gratuito nel circuito. La coppia, sorpresa dalla trasparenza della risposta, aggiorna la propria recensione qualche settimana dopo, portandola a tre stelle, con un commento che riconosce esplicitamente lo sforzo di correzione — non un lieto fine perfetto, ma un esito che restituisce credibilità al circuito nel suo complesso.

L’audit interno diventa, da quell’episodio in avanti, una prassi trimestrale stabile, non più un intervento straordinario legato all’emergenza. I soci, va detto senza troppa retorica, non la vivono come un fastidio burocratico aggiuntivo. La vivono, con il tempo, come un’assicurazione reciproca: sapere che chiunque altro nel circuito è sottoposto allo stesso controllo periodico rende più sopportabile, per ciascuno, accettare di essere controllato a propria volta.

Chi risponde, davvero: implicazioni etiche e normative della responsabilità collettiva

La forma cooperativa e il peso di una reputazione condivisa senza confini legali netti

Il caso delle Balze, per quanto costruito a tavolino, solleva una questione che la forma giuridica cooperativa non risolve mai del tutto in modo automatico: chi è, esattamente, responsabile quando un singolo socio danneggia la reputazione collettiva? La responsabilità patrimoniale dei soci di una cooperativa è, in genere, limitata alla propria quota — un principio di diritto societario che protegge il patrimonio personale dei singoli. Ma la responsabilità reputazionale non segue le stesse regole. Si diffonde per contagio, senza rispettare i confini legali della responsabilità patrimoniale: un cliente insoddisfatto da un socio scarica la propria insoddisfazione sull’intero marchio, sull’intera cooperativa, spesso sull’intero territorio, senza distinguere le responsabilità individuali con la stessa precisione con cui lo farebbe un giudice.

Questa asimmetria — responsabilità legale frammentata, responsabilità reputazionale unificata — è forse il punto più delicato, sul piano etico, di ogni forma di marchio collettivo territoriale. Chi aderisce a una cooperativa di comunità o a una rete d’impresa turistica accetta, implicitamente, di legare parte della propria reputazione economica al comportamento di persone su cui ha un controllo diretto limitato: colleghi che vede in assemblea qualche volta l’anno, che conosce personalmente ma sulla cui gestione quotidiana non ha visibilità reale, se non attraverso i meccanismi di monitoraggio che la cooperativa stessa si è data. È un atto di fiducia importante, non banale, e chi lo propone a una comunità — un consulente, un amministratore locale, un socio fondatore — ha il dovere etico di spiegarlo con chiarezza fin dall’inizio, senza minimizzarlo per rendere il progetto più facile da vendere in fase di avvio.

La legge 106/2023 sulle cooperative di comunità, dal canto suo, non affronta direttamente questo nodo reputazionale — resta, come spesso accade nelle leggi quadro, più concentrata sugli aspetti organizzativi e di accesso ai fondi regionali che sulla gestione operativa del rischio reputazionale condiviso. Il vuoto normativo su questo punto specifico non è un dettaglio da poco: significa che la tenuta del sistema dipende quasi interamente dalla qualità del disciplinare interno che ciascuna cooperativa si dà autonomamente, in totale autonomia statutaria, senza uno standard nazionale di riferimento a cui appoggiarsi. Un limite reale, questo, che vale la pena ammettere invece di far finta che la legge risolva da sola un problema che, in pratica, resta ancora largamente affidato alla capacità organizzativa di ciascun gruppo locale.

Il marchio collettivo: proprietà di chi, esattamente, e con quali doveri?

Sul piano più strettamente giuridico, un marchio come “Le Balze Autentiche” — nel nostro caso fittizio, ma lo schema vale identico per i marchi collettivi reali diffusi in molte destinazioni italiane — trova protezione nell’articolo 11 del Codice della Proprietà Industriale italiano, che disciplina appunto i marchi collettivi: segni distintivi che un soggetto titolare — spesso, appunto, una cooperativa o un consorzio — concede in uso ai propri aderenti, a condizione che questi rispettino un regolamento d’uso depositato insieme al marchio stesso. Il punto centrale, spesso sottovalutato da chi avvia questi progetti con entusiasmo ma poca attenzione ai dettagli legali, è che il regolamento d’uso non è un documento puramente interno e informale: ha valore legale vincolante, e la sua violazione da parte di un socio può giustificare, sul piano contrattuale, misure che vanno ben oltre il richiamo morale — fino alla revoca formale del diritto di utilizzo del segno, con conseguenze dirette sulla comunicazione commerciale del socio inadempiente.

La domanda etica che sta a monte di questo impianto giuridico, tuttavia, non riguarda tanto la possibilità tecnica di sanzionare — quella, come si è visto, il diritto la offre — quanto la legittimità sostanziale di farlo in modo proporzionato, trasparente, non arbitrario. Un consiglio direttivo che usasse il potere sanzionatorio per regolare conti personali, per colpire un socio scomodo su basi pretestuose, trasformerebbe uno strumento pensato per proteggere un bene comune in uno strumento di potere interno — un rischio reale, non teorico, in comunità piccole dove i rapporti personali si sovrappongono facilmente ai ruoli istituzionali. È qui che il principio del monitoraggio tra pari, se applicato con onestà procedurale — regole scritte in anticipo, non decise caso per caso a seconda di chi viene colto in fallo, criteri di valutazione uguali per tutti i soci indipendentemente dalla loro dimensione economica o dal loro peso politico interno — fa la differenza tra un sistema percepito come giusto e uno percepito, magari a torto ma con conseguenze concrete sulla partecipazione futura, come uno strumento di prevaricazione tra soci di peso diverso.

C’è, infine, una responsabilità che riguarda chi progetta queste architetture di governance dall’esterno — consulenti, tecnici regionali, professionisti del settore. Proporre a una comunità locale un modello di autogoverno collettivo senza accompagnarlo con un disciplinare interno solido, con meccanismi di sanzione realmente applicabili, con una formazione minima sui doveri che la partecipazione comporta, significa esporre quella comunità a un rischio che poi si scaricherà, quasi sempre, sui soci più deboli — i più piccoli, i meno capaci di assorbire un danno reputazionale improvviso — mentre chi ha progettato il sistema, spesso, è già altrove, impegnato nel progetto successivo. È una responsabilità che sento mia ogni volta che affianco una cooperativa di comunità nascente: il disciplinare va scritto insieme a chi dovrà applicarlo davvero, non consegnato già pronto alla fine dell’incarico.

Cosa resta, e cosa continua a restare aperto

La governance turistica dal basso non è una scorciatoia romantica per evitare il conflitto con i grandi investitori esterni, né una garanzia automatica di autenticità territoriale. È uno strumento — potente quando le condizioni ci sono, fragile quando mancano — che richiede regole scritte con precisione, capitale sociale reale non solo dichiarato negli statuti, e la volontà collettiva di monitorarsi a vicenda anche quando farlo è scomodo, anche quando significa dover richiamare un vicino, un amico, un socio storico con cui si condivide molto più di un marchio.

Ostrom aveva ragione a dire che l’autogoverno funziona quando le regole sono chiare e il monitoraggio è credibile. Putnam aveva ragione a dire che tutto questo poggia su un capitale sociale che non si improvvisa in un anno di progetto finanziato da un bando regionale. Le due cose insieme spiegano perché alcune cooperative di comunità turistiche prosperano per decenni, diventando un modello di riferimento studiato altrove, e altre si sciolgono nel giro di tre stagioni, lasciando dietro di sé rancori più duraturi del progetto stesso.

Punti Chiave per Studenti e Professionisti

  • Un bene comune turistico — sentiero, rifugio, marchio collettivo — non si autogoverna per il solo fatto di essere gestito da una cooperativa o da una rete d’impresa: serve un disciplinare scritto con confini chiari, un sistema di monitoraggio tra pari realmente applicato (non solo previsto sulla carta) e una scala di sanzioni graduali che scoraggi il free riding senza trasformare ogni errore in un’espulsione sommaria, secondo i principi che Elinor Ostrom ha documentato empiricamente in decine di casi reali di autogoverno collettivo.
  • Il capitale sociale descritto da Robert Putnam non è un prerequisito automatico né un dato acquisito una volta per sempre: territori con un tessuto associativo storicamente denso partono avvantaggiati nella costruzione di una cooperativa di comunità, ma anche lì la fiducia reciproca va rinnovata con pratiche concrete e periodiche di trasparenza reciproca, non data per scontata dopo l’atto costitutivo notarile.
  • La responsabilità reputazionale in un marchio collettivo territoriale si comporta in modo diverso dalla responsabilità patrimoniale prevista dal diritto societario: si diffonde per contagio su tutti gli aderenti, indipendentemente dalle quote di partecipazione, e proprio per questo la progettazione del regolamento d’uso del marchio — chi può controllare, con quali criteri, con quali sanzioni proporzionate — è un atto di responsabilità etica prima ancora che un adempimento tecnico-legale.

Chi lavora oggi con un consorzio, una rete d’impresa o una cooperativa di comunità turistica saprebbe indicare, con altrettanta chiarezza di quella richiesta a Marta Fioretti quella sera in assemblea, quale sarebbe il primo, il secondo e il terzo passaggio sanzionatorio previsto dal proprio regolamento interno — o quella sequenza, oggi, esiste solo come principio informale, mai davvero messo alla prova da un caso reale?

Autore

Leonardo Villellaconsulente aziendale indipendente e formatore. Da 25 anni affianca PMI, strutture ricettive, agenzie formative e ITS Academy su marketing territoriale, marketing turistico, intelligenza artificiale applicata al turismo, neuromarketing, gestione dei conflitti e negoziazione. Da 15 anni progetta ed eroga corsi di formazione per aziende, agenzie formative e scuole. Opera principalmente in Toscana (Pisa, Lucca, Livorno, Pistoia, Firenze, Siena, Massa Carrara).

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